I 26 martiri del Giappone

0
7.0 Awesome
  • VOTO 7

Evangelizzazione ammutolita

Buio in sala. E silenzio. Che non è quello magnifico portato allegoricamente sullo schermo da Scorsese, nel 2016, ma è uno di qualche decennio antecedente, finanche letterale: perché I 26 martiri del Giappone di Tomiyasu Ikeda, realizzato nel 1931, è nella fattispecie un film muto, riscoperto a Ivrea negli uffici dell’Archivio nazionale del cinema d’impresa, tra le varie opere affidate a tale ente dalla Congregazione Salesiana. E perciò un certo scalpore aveva destato la proiezione straordinaria avvenuta lo scorso 6 febbraio nella Sala Cardinal Deskur del Palazzo San Carlo, sede della Filmoteca Vaticana.

La pubblicazione di Silenzio, romanzo dello scrittore Shūsaku Endō il cui soggetto ricalca le persecuzioni contro i cristiani che seguirono la salita al potere di Toyotomi Hideyoshi avvenuta nel 1582, ossia il libro che ha ispirato Martin Scorsese per lo straordinario e tristemente elegiaco Silence, risale invero al 1966. Ma come abbiamo potuto constatare non erano mancate, anche prima, trasposizioni cinematografiche di quei fatti scabrosi e terribili. Più in particolare I 26 martiri del Giappone risulta ambientato nel 1597 ed espone romanzescamente la fine traumatica della prima evangelizzazione del Giappone, avviata nel 1549 dal gesuita San Francesco Saverio. Con la decisione del governo imperiale di porre fine alle conversioni e perseguitare i cattolici, sottoposti al martirio secondo modalità così crudeli da servire da monito alla popolazione dell’arcipelago, il cristianesimo diventerà una religione proibita, sostanzialmente “ammutolita” ed estranea (come forse era stata sin dall’inizio) alla cultura locale.
Il solo sintetizzare le motivazioni profonde e rivelatrici rinvenute da un maestro come Martin Scorsese in tali pagine di Storia ci porterebbe via troppo tempo, dirottando questo breve scritto verso la struttura e le dimensioni di un saggio. Ciò che vogliamo rimarcare delle diverse trasposizioni filmiche cui quel torbido periodo è andato incontro consiste semmai nella variegata natura delle interpretazioni e dei punti di osservazione, determinati non solo dal regista di turno, ma anche dal differente contesto storico-politico che può aver fatto da cornice alla realizzazione dei singoli film. Come dimenticare, ad esempio, Shirō Amakusa – The Christian Rebel, misconosciuto gioiello firmato dal grande Nagisa Ōshima? Il lungometraggio in questione fa riferimento in realtà a un episodio immediatamente successivo, in qualche misura conseguente, ovvero il tragico epilogo della Rivolta di Shimabara coraggiosamente guidata da Shirō Amakusa, un rōnin appena sedicenne di fede cristiana. Finì decapitato assieme a tutti quei correligionari che si erano arroccati nel castello di Hara al termine del sanguinoso conflitto. Curato e dinamico nella messinscena ma non privo di tocchi sottilmente stranianti, dal gusto maggiormente speculativo, il film era stato girato da Ōshima nel 1962; e in filigrana è davvero difficile non scorgervi lo sguardo dell’autore sulle tensioni ideali, nonché sui drammatici scontri di piazza, che caratterizzavano la società giapponese in quegli anni di forti contestazioni giovanili.

Quasi allo stesso modo, seppur con pretese autoriali più contenute, I 26 martiri del Giappone di Tomiyasu Ikeda pare rispecchiare l’esponenziale rafforzamento dei rapporti culturali, politici e commerciali avvenuto nei primi decenni del Novecento, tra l’Italia in cui era subentrato il ventennio fascista e l’Impero Giapponese; un qualcosa cui allude con dovizia di particolari, stile ispirato e autentico fervore Mario Vattani nel suo ultimo libro, La via del Sol Levante. È comunque il Fascismo dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) quello con cui sta dialogando il Giappone in quel dato momento storico. Non ci ha sorpreso più di tanto, quindi, ravvisare nella pellicola di Tomiyasu Ikeda un tale afflato apologetico, di natura dichiaratamente cristologica, che nell’affrescare le tappe del martirio cui andarono incontro gli italici frati francescani coi confratelli nipponici da loro convertiti rasenta, non di rado, ragguardevoli punte di retorica.
Purtuttavia, sia dal punto di vista narratologico che da quello formale I 26 martiri del Giappone viene a rappresentare anche una lieta sorpresa, per la vivacità di alcuni spunti inseriti nel racconto come anche per un controllo non banale della messinscena, soprattutto nelle sequenze di massa. Sia le fasi concitate del terremoto che il naufragio del veliero spagnolo, poi soccorso dalle imbarcazioni nipponiche, sono spezzoni orchestrati con raffinata attenzione alla messa in quadro e al dinamismo interno alla scena. La stessa varietà delle tipologie umane e sociali si fa in qualche modo apprezzare. Nella narrazione vi è spazio persino, elemento col quale andiamo brevemente a concludere, per una figura senz’altro anomala, poco conforme, come il ladro redento Genji; un popolano dai modi ruvidi e dalle movenze imprevedibili, il quale, con la sua insolita presenza fisica e caratteriale, ci ha fatto istintivamente pensare a certi personaggi che l’immenso Toshirō Mifune avrebbe interpretato a distanza di qualche decade, nel Giappone uscito devastato e sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Stefano Coccia