Highwayman – L’ultima imboscata

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7.0 Awesome
  • voto 7

Ancora una volta in sella

La frontiera e la sua epica costituiscono ancora oggi una parte importante dell’identità nazionale statunitense. Secondo la tesi della frontiera dello storico americano Frederick Jackson Turner, la frontiera americana è all’origine di quelle caratteristiche distintive del carattere americano.
Noi, che storici non siamo, lo potremmo definire un mito fondativo. Questo mito sembra risorgere negli anni Trenta del Novecento, gli anni della Grande Depressione e dei rapinatori elevati a eroi popolari, come Bonnie e Clyde. Sembra quindi naturale che per raccontare la storia poco conosciuta degli uomini che li fermarono sia stato adottato uno stile narrativo che riporta alla mente la stagione dei western crepuscolari, ed in particolare dei western di Sam Peckinpah, che di quella stagione fu tra i capofila. Il regista John Lee Hancock, professionista di alto livello e autore di opere certamente interessanti come Saving Mr. Banks (2013) e The Founder (2016), con Highwayman – L’ultima imboscata fa mostra di una regia elegante e curata nel suo recupero di stilemi tipici del racconto western, e che oltre a Peckinpah richiamano alla mente anche il cinema di Sergio Leone.
La cura e l’eleganza della regia riportano alla memoria, poi, anche il cinema classico, un tipo di cinema che registi come Peckinpah e Leone avevano ben presente.
Tra i topoi ripresi non manca neanche quello dello scontro tra vecchio e nuovo, tra il vecchio mondo della frontiera aperta ed il nuovo mondo meccanizzato ed industriale; con i due protagonisti, eredi di quel vecchio mondo, guardati con derisione e malcelato disprezzo da chi invece appartiene al mondo nuovo. Un mondo al quale Frank Hamer (Kevin Costner) e Maney Gault (Woody Harrelson), ex-componenti dell’allora disciolto corpo dei Texas Rangers, proprio sembrano non appartenere, ma che, a quanto pare, ha ancora bisogno di loro.
Sullo sfondo di questa vicenda di vecchi cowboys mossi da un proprio codice personale, forse desueto ma sempre valido, almeno per loro, si svolge l’America della Grande Depressione.
Il film ci rivela quel coacervo di pulsioni e recriminazioni sociali dell’epoca, il quale contribuiva ad un atteggiamento favorevole della popolazione verso i rapinatori, visti come vendicatori della popolazione su coloro che erano considerati i veri responsabili della crisi economica, le banche. Apparentemente scollato dal corpo principale del film vi contribuisce invece, concorrendo alla struttura da western: i due protagonisti in missione in un territorio ostile, tra bande di fiancheggiatori e indiani pronti allo scontro. Costner mette su una bella grinta che ricorda molto il suo Wyatt Earp aggiungendovi però una maggiore maturità d’attore e d’uomo. Harrelson è un’ottima spalla e mette in campo un’interpretazione ingentilita che ben fa da contraltare a quella più rustica del compagno.
Storia di frontiera dal gusto retrò il film ci conduce in un mondo apparentemente lontano, nel tempo e nello spazio, ma che tuttavia dà l’idea di poter essere raggiunto semplicemente girato l’angolo in quanto ancora facente parte dell’anima americana.

Luca Bovio