Hereditary – Le radici del Male

0
7.5 Awesome
  • voto 7.5

Sotto le ceneri

La famiglia come pilastro fondante istituzional-sociale. Le famiglie disfunzionali alla Wes Anderson da utilizzare come trampolino per la ricerca di un senso compiuto nella vita della singola persona. Ma anche la famiglia come alveo di orrori assortiti, terribili segreti che si rivelano poco a poco senza che si possa far nulla per evitarli. Perché risiedono, atavicamente, nel dna di tutti gli individui che la compongono.
Non è un’idea esattamente nuova quella partorita dall’esordiente – nel lungometraggio – Ari Aster per il suo chiacchieratissimo Hereditary – Le radici del Male. Dove già nel titolo originale – e nella solerte aggiunta per la distribuzione italiana – si annida il senso ultimo del discorso portato avanti dal giovane cineasta statunitense. Mentre al contrario risulta foriera di un’evidente radicalità la messa in scena dell’idea stessa. La quale contraddice da subito la visione ecumenica della famiglia come rifugio ultimo dalle brutture del mondo, ma anzi punta impietosamente l’indice sulla stessa come autentica origine degli orrori più turpi e insondabili. Un assunto che, nell’ambito del cinema di genere indipendente, non veniva fatto deflagrare con tale vigore dai tempi gloriosi dell’ormai venerando Society (1989) di Brian Yuzna, pur facendo le debite differenziazioni del caso. In primo luogo le scelte formali che risultano curatissime in Hereditary, all’opposto del cinema “da guerriglia” cercato e voluto da Yuzna nel suo immortale oggetto di culto. Destino che, chi chissà, potrebbe seguire anche Hereditary. Ma questo sarà solo lo scorrere del tempo a dircelo.
In una stagione piuttosto avara di horror pienamente riusciti il film di Aster fa comunque la propria figura. Senza magari raggiungere i livelli di eccellenza dei recenti It Follows (2014) di David Robert Mitchell o The VVitch (2015) di Robert Eggers, lungometraggi immediatamente entrati nell’empireo del genere di riferimento, ma costruendosi una robusta fama grazie al citazionismo estremamente competente e, soprattutto, alla mancanza assoluta di umana pietas che avvolge Hereditary dall’inizio alla fine.
Il consiglio per apprezzare meglio l’esordio di Ari Aster è quello di non attribuire particolare importanza ad una trama che procede in modo affatto lineare, alternando momenti di apparente quiete durante i quali si osserva l’intimità (abbastanza perversa) dei personaggi a strappi di autentico orrore, che esondano in un finale certamente perturbante nonché capace di radicarsi nella memoria dello spettatore. Ad ogni modo la famiglia Graham, di chiaro stampo matriarcale, è sconvolta dalla perdita dell’anziana capofamiglia. Lutto che porterà ad un flusso inarrestabile di ulteriori sviluppi drammatici fino alla sconvolgente epifania finale. Altro non vale la pena rivelare per non sciupare la sorpresa e non anticipare il senso di malessere che attecchirà in chi sarà in grado di guardare Hereditary in modo non distaccato nella sua interezza. Dimostrazione che pure una scelta formale ricercata e sin troppo consapevolmente “artistica” può generare angoscia nel fruitore, nonostante alcune reiterazioni – ad esempio la rappresentazione delle numerose giornate scolastiche del figlio maggiore Peter – probabilmente tese a sottolineare in modo ancora più evidente il refrain ossessivo che caratterizza il film – allunghino in modo incontrollato la durata di un’opera che scavalla ampiamente le due ore. Peccati veniali che Hereditary cancella con una cattiveria in alcuni momenti davvero inusitata nel raccontare la decomposizione post-lutti della famiglia in questione, mettendo in scena un dramma a nervi scoperti alla cui riuscita contribuiscono in maniera determinante le performance di un cast perfetto che vede primeggiare in particolare una splendida Toni Collette (nella parte di mamma Annie) perennemente border-line ed un Alex Wolff (il già menzionato figlio maggiore Peter) eccellente nell’affrontare quella sorta di calvario non esattamente religioso che il suo ruolo prevede.
Compendio orrorifico degli ultimi cinquant’anni del genere, tra improvvise visioni squarcianti alla Fulci e Argento e malsane atmosfere polanskiane, Hereditary compie con una certa brillantezza il suo sporco lavoro socio-politico riuscendo a camminare sulle proprie gambe: far emergere l’orrore puro laddove meno lo si aspetterebbe. Si faccia molta attenzione, allora, a tutti i consanguinei che ci circondano…

Daniele De Angelis