Hell Inside

0
6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

La tassa sulla speranza

Strano, ma ripensare alla recentissima visione di Hell Inside ha comportato uno strano “effetto collaterale”, nei ricordi del sottoscritto. Si sono difatti ripresentate nella testa, a distanza di anni, le accorte parole che un illuminato professore di storia e filosofia del liceo, il Valcastelli, era solito riferire al ruolo dello Stato nel gestire i ricavati delle estrazioni del lotto o di altre tipologie di gioco apparentabili a quello d’azzardo, regolamentate ad hoc: la “tassa sulla speranza”, così lui la chiamava. Può sembrare un’immagine forte. Ma l’impatto di un cortometraggio così intenso ed emotivamente carico, come quello diretto da Gaston Biwolé sul delicato tema della ludopatia, ha fatto apparire ancora più veritiere quelle vecchie riflessioni del professor Valcastelli.

Codesta opera cinematografica, breve ma assai incisiva, l’abbiamo potuta scoprire in anteprima a Roma, il 27 luglio, grazie a una proiezione aperta al pubblico, ma pensata anche per gli addetti ai lavori. Si sta subito profilando, però, un’altra possibilità di confrontarcisi direttamente, per chiunque fosse interessato. Sempre nella capitale. Si ricorda pertanto l’appuntamento ormai imminente del 2 agosto, con la proiezione del corto presso il Cineclub Alphaville d’Estate h.21 in via Luigi Filippo de Magistris 21, al Pigneto. E anche in tale occasione seguirà un breve dibattito.
Entrando finalmente nel merito, cosa ci ha colpito in primo luogo di Hell Inside? L’immediatezza del racconto. Attuando una sorta di “terapia shock”, il film-maker Gaston Biwolé ha voluto inserire elementi estremamente drammatici in una narrazione filmica che cerca volutamente il picco melodrammatico, il pugno nello stomaco, per dare un volto e un’identità a coloro che vivono in prima persona quel grosso problema col quale tante famiglie, nell’indifferenza generale, continuano a fare i conti. Perché in Italia sono davvero tanti quelli che per la dipendenza dal gioco rischiano prima o poi di perdere tutto: il lavoro, la casa, gli affetti, persino la vita, considerando i casi in cui dopo la rovina completa si arriva anche al suicidio.

Vite parallele. Molto intelligentemente la passione fatale per le slot viene declinata, nello script, attraverso due vicende paradigmatiche che vedono protagonisti un padre di famiglia incapace ormai di staccarsi dal gioco ed un migrante che, pur avendo trovato lavoro proprio in una di quelle sale e sapendo bene a quali rischi si vada incontro, subisce saltuariamente la tentazione di lasciarsi andare a qualche giocata. Situazioni di partenza diverse, provenienze culturali diverse, ritratti psicologici diversi, scelte infine diverse. L’autore Gaston Biwolé riesce a far appassionare lo spettatore al destino dei suoi personaggi in svariati modi. Lo aiuta di certo quello sguardo semi-documentaristico sui rapporti interpersonali che si creano all’interno delle sale giochi, dato anche (per ammissione dello stesso regista) dalla prolungata osservazione di quegli ambienti. Valida anche la prova dei due protagonisti, ovvero Massimiliano Vitullo e quel Sidy Diop, il quale, curiosamente, nella vita oltre a fare l’attore ha anche al momento la stessa occupazione del suo personaggio: gestisce infatti la sicurezza e la vigilanza in una di tali sale.
Il corto risente a tratti dei suoi eccessi melodrammatici, in particolare per quanto concerne alcune sottolineature musicali, un po’ troppo enfatiche. Ma nel complesso risulta convincente e in grado di appassionare lo spettatore, il che depone bene anche rispetto all’intenzione dell’autore di riprendere in mano la sceneggiatura, più avanti, arricchendola di spunti e di qualche altro personaggio, così da mettere in produzione un lungometraggio non appena sarà possibile.

Stefano Coccia