Happy New Year, Colin Burstead

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6.0 Awesome
  • voto 6

Tutti insieme (ma non) appassionatamente

Negli ultimi anni, quelle di Ben Wheatley e del suo cinema sono diventate presenze assidue ed evidentemente gradite nel cartellone del Torino Film Festival, tanto che le sue ultime tre fatiche dietro la macchina da presa sono regolarmente transitate sugli schermi della kermesse piemontese. Così dopo High-Rise (Torino 2015) e Free Fire (film di chiusura di Torino 2016), è stato il turno di Happy New Year, Colin Burstead fare la sua comparsa all’ombra della Mole Antonelliana nella sezione “Festa Mobile”.

La pellicola in questione ci porta al seguito di un uomo di nome Colin che ha affittato una lussuosa villa di campagna per festeggiare con un party al quale ha invitato la sua famiglia allargata l’arrivo del nuovo anno. Ovviamente come nelle migliori tradizioni non tutti i parenti si (e lo) amano, con la sua posizione di potere seriamente minacciata dall’arrivo della pecora nera della famiglia: suo fratello David. Racchiuso nelle stanze della magione, nelle poche ore che precedono la mezzanotte, un serratissimo scambio di ripicche, insulti, confessioni, ritorsioni, con gli immancabili “fuochi d’artificio” finali, animerà questa dramedy in salsa very british.

Il cineasta britannico firma un jeu de massacre da camera dove, a differenza dei lavori precedenti, le ferite e i lividi vengono inferte con le parole invece che con le armi da fuoco, le lame o i pugni. Quella che va in scena è l’ennesima reunion famigliare al veleno che vede fronteggiarsi sul grande schermo poli opposti divisi da attriti, dissapori, verità negate e non detti, destinata a generare un cortocircuito interno con conseguente detonazione. Le mura di una casa diventano, come nel mucciniano A casa tutti bene e con ben altri risultati nell’indimenticabile Parenti serpenti di Mario Monicelli, le corde di un ring all’interno del quale si consumano uno dopo l’altro una carrellata di face to face (particolarmente riuscito quello nel salone tra i due fratelli Colin e David). Wheatley è l’arbitro di questi round che si materializzano di volta in volta davanti la sua macchina da presa, quest’ultima rigorosamente a spalla e attaccata ai personaggi al fine di portarci nel vivo dei loro scontri dialettici e non solo. Quest’ultimi restituiti sullo schermo con la velocità raggiunta dal pilota che sceglie di non togliere mai il piede dall’acceleratore se non in prossimità di qualche cura impegnativa o del traguardo.

Da questo punto di vista, Happy New Year, Colin Burstead non si distacca di molto dalle caratteristiche architettoniche narrative e dal modus operandi adottati dal cineasta di Billericay nei suoi recenti lavori e in parte anche nel suo esordio Down Terrace. Se non per il genere e le ambientazioni differenti, al contrario il ritmo forsennato dei dialoghi e delle dinamiche, l’unità spaziale (un grattacielo in decomposizione in High-Rise e un gigantesco deposito a pochi passi dal porto in Free Fire), la coralità e il forte impianto teatrale, sono elementi costanti dal quale Wheatley sembra non volersi distaccare. Così facendo l’equazione resta tale, ossia un’uguaglianza matematica tra due espressioni contenenti una o più variabili che nonostante vengano sostituite non cambiano di risultato. Forse un ritorno alle modalità attuate in passato in film come Kill List o A Field in England potrebbero in qualche modo consentire all’autore di ritrovare la spinta propulsiva e la versatilità dei bei tempi che furono. Eccetto una certa reiterazione, ciò non toglie però al cinema di Wheatley la capacità di sferrare fendenti affilati che hanno nelle battute al vetriolo e nello humour più o meno feroce i propri marchi di fabbrica.

Happy New Year, Colin Burstead è un’orchestrazione nel quale a spiccare sono gli interpreti più del compositore e del direttore che fanno il minimo indispensabile, nel quale tutti i musicisti eseguono al meglio le parti a loro assegnate. Peccato solo che i singoli contributi, seppur degni di nota (su tutti quelli offerti da Neil Maskell e Hayley Squires, rispettivamente nei panni di Colin e Gini), sono al servizio della pellicola ad oggi più convenzionale tra quelle firmate dal regista britannico, del quale restano impressi momenti efficaci da andare a vivisezionare più che l’intera esecuzione.

Francesco Del Grosso