Go Home – A casa loro

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Sotto assedio

Dopo The End? L’Inferno fuori e la web series Z, Roma finisce ancora una volta sotto assedio, stretta nella morsa letale e sanguinaria di una nuova invasione di morti viventi. In Go Home – A casa loro, presentato nello “Spazio Italia” del 18° Trieste Science + Fiction Festival dopo l’anteprima alla 13sima Festa del Cinema nella sezione “Alice nella città”, dove si è aggiudicato il Premio Roma Lazio Film Commission, veniamo scaraventati in una manifestazione contro l’apertura di un centro d’accoglienza dove si scatena un’apocalisse zombi. Enrico, un ragazzo di estrema destra, si mette al riparo all’interno del centro mentendo sulla sua identità. L’unico luogo sicuro è quel centro d’accoglienza che lui non voleva, mentre fuori i morti camminano sulla Terra. Il giovane nasconde le proprie convinzioni politiche e inizia a intrecciare una serie di rapporti umani (spesso complicati) con i migranti ospitati nel centro, in particolare con il piccolo Alì. Con il passare del tempo iniziano a scarseggiare cibo e medicinali, vista l’impossibilità dei sopravvissuti di uscire al di fuori della struttura, ormai assediata dagli zombie. Nel frattempo Enrico inizia a dubitare della fondatezza delle proprie idee.
La sinossi e la sua trasposizione mettono immediatamente in evidenza quali siano i caratteri principali del DNA drammaturgico e narrativo dell’opera seconda di Luna Gualano, tornata dietro la macchina da presa a distanza di quattro anni dall’esordio con Psychomentary. Quei caratteri hanno tanto in comune con quanto visto e rivisto nel filone in questione, vale a dire quello zombiesco, il cui padre biologico George Romero ci ha purtroppo salutato non molto tempo fa. Impossibile non fare riferimento a quanto lasciato in eredità dal maestro statunitense, con un patrimonio che in più di un’occasione è stato letteralmente dilapidato da prodotti audiovisivi non all’altezza della fonte d’ispirazione. Dunque, nemmeno la regista foggiana ha potuto evitare il parallelismo con un qualcosa che per alcuni è diventata una strada tortuosa da seguire e per tantissimi altri un testimone scomodo da raccogliere.
Ma pietre di paragone a parte, che restano e resteranno inarrivabili, i problemi di fondo sono essenzialmente tre e chiunque decida di misurarsi con il filone deve giocoforza farci i conti. Da una parte l’originalità, che qui è un ostacolo davvero difficili da oltrepassare poiché nei decenni post-romeroiani abbiamo visto il filone esplorato in tutte le salse possibili e immaginabili, a tutte le latitudini e nelle location più disparate. Di conseguenza non era e non sarà facile trovare una chiave inedita o quantomeno diversa per catturare l’interessa degli appassionati o dei cultori della materia. In seconda istanza c’è il peso specifico del messaggio o della morale che si vuole veicolare attraverso un film che, una volta iscritto nel cosiddetto zombie-movie, non può esimersi dal compito di affiancare alla classica lotta per la sopravvivenza tra vivente e morto vivente un discorso politico e sociale legato più o meno all’attualità. E infine, la messa in quadro e la messa in scena, entrambe dipendenti dall’efficacia oppure no dei VFX, della qualità del make up e del lavoro dietro la macchina da presa del cineasta di turno.
Il suddetto vademecum è chiaro e le sue regole non scritte vanno prese in considerazione ai fini di un’analisi più o meno approfondita della pellicola di turno. Fatto sta che ai fini della nostra critica anche per Go Home e la sua autrice abbiamo rispolverato il manuale. La Gualano e il suo nuovo progetto sulla lunga distanza non sono andati per nulla lontano da uno scherma predefinito e ampiamente codificato che vuole storia e personaggi immessi e costruiti all’interno del tradizionale kammerspiel contemporaneo, per dare origine all’altrettanto tradizionale home invasion che vede i buoni (o presunti tali) tentare, barricandosi, di sopravvivere ai cattivi che da fuori cercano di entrare per divorarli. Da questo punto di vista, l’unico elemento inedito nella proposta presente nel menù è il fatto che il luogo sotto assedio è un centro sociale. Il che rappresenta una variante interessante e per certi versi geniale all’abusata ricetta, che consente a Go Home di prendere due piccioni con una fava se si pensa alle prime due regole non scritte del vademecum zombiesco. È chiaro, infatti, il tentativo – a nostro avviso riuscito – di sfruttare la location e i personaggi che intorno ad essa gravitano per parlare dell’attualità. Politico o no, il messaggio che la Gualano e il co-sceneggiatore Emiliano Rubbi hanno proiettato sullo schermo è materia sensibile che sta infuocando i dibattiti odierni. Qui viene affrontato con i codici di un genere preciso, che nell’orrore della macelleria, degli ettolitri di sangue versati e dei morsi letali, si fanno metafora di uno scontro/incontro tra fazioni inizialmente distanti e poi più vicine quando si tratta di sopravvivere. La Gualano mette sotto lo stesso tetto, in una convivenza forzata resa necessaria, soggetti che la vita e il pensiero hanno allontanato. In tal senso, usare attori non professionisti e veri immigrati per interpretare i richiedenti asilo e i rifugiati del centro di accoglienza va proprio in una direzione utile ad affrontare una questione di strettissima attualità. Ciò fa di Go Home una lettura puntuale che in qualche modo riesce a tornare sulle tracce lasciate anni fa dalla coppia Yannick Dahan e Benjamin Rocher con il loro riuscitissimo La Horde.
Dall’altra parte c’è quello che è il tallone d’Achille, ossia l’impianto tecnico. L’autrice ce la mette tutta per coprire le mancanze strutturali ed economiche di un film low low budget, ma la discontinuità che si avverte sulla timeline tra scene meglio confezionate e altrettante più deboli alla lunga farà la differenza. Non sempre la regia riesce a ovviare alle ristrettezze dei mezzi a disposizione e le soluzioni visive di volta in volta appaiono le uniche praticabili a quelle condizioni. Se poi anche la scrittura e il disegno dei personaggi funzionano a fasi alterne, trovando la quadra solo quando i co-autori iniettano nei dialoghi negli eventi dosi di humour nero e tocchi di politicamente scorretto (vedi l’epilogo), allora il cammino verso la soglia della sufficienza si fa ancora più difficile da portare a termine.

Francesco Del Grosso