Fuocoammare

0
7.5 Awesome
  • voto 7.5

Tempi di guerra

Isola di Lampedusa. Una didascalia iniziale informa, chi non lo sapesse, della maggiore vicinanza fisica alle coste nordafricane rispetto a quelle italiane. Un perfetto crocevia virtuale, sorta di luogo geograficamente privo di senso di appartenenza dove si sta verificando da decenni un fenomeno di proporzioni assolutamente incredibili, almeno per un territorio la cui estensione supera a malapena i venti chilometri quadrati. Suo malgrado, Lampedusa è diventata da tempo un simbolo dell’assurdità dei tempi che viviamo. E un documentario – a maggior ragione se realizzato da un cineasta atipico come Gianfranco Rosi – ha forse il dovere non soltanto di rappresentare una determinata realtà, ma anche di relativizzarla in confronto a quella globale e attuale. Fuocoammare – quinto documentario “lungo” dell’autore assurto a popolarità internazionale con il premiatissimo Sacro G.R.A. (2013) e selezionato per il Concorso Ufficiale della Berlinale 2016, dove ha vinto l’Orso d’Oro come miglior film – nasce in tutta evidenza proprio da questa specifica esigenza.
Fuocoammare non è dunque solo il racconto di una tragedia dalla quotidianità quasi costante, fatta di gente di ogni nazionalità che solca quell’insidioso tratto di mare, prevalentemente a bordo di imbarcazioni indegne di essere definite tali, in cerca di una vita che esuli dalla semplice sopravvivenza fisica tra mille drammi; bensì la cronaca lampedusiana di due istanze “esistenziali” che scorrono parallelamente senza mai, in pratica, incrociarsi. Mettendo in scena la vita di alcuni abitanti di Lampedusa intervallata con gli sbarchi e la vita dei profughi sull’isola, Gianfranco Rosi non si limita affatto a mostrare al pubblico due mondi fisicamente vicinissimi ma moralmente distanti anni luce, anzi ne trae la metafora di una filosofia di pensiero ormai largamente diffusa a livello planetario: quello dell’indifferenza verso una sofferenza che è divenuta costante, parte inalienabile del presente di ognuno. Tutto ciò senza minimamente puntare il dito o calcare i toni in senso moralistico. Quasi che questa abitudine ad un fenomeno che invece dovrebbe avere una rilevanza continua per la drammaticità umana che lo caratterizza, avesse raggiunto livelli di assuefazione tali da essere considerato nulla più che scontato, al pari della micro-criminalità nelle metropoli ad esempio. Per questo motivo l’infanzia quotidiana – quasi d’impronta “truffautiana” – del piccolo isolano Samuele Pucillo, la radio locale che trasmette vecchi successi canori con annesse dediche, le donne anziane dedite alle faccende domestiche e al ricordo dei tempi che furono, regalano allo spettatore un senso di estraneità (alla tragedia) nella quale è assai facile immedesimarsi. Perché, nella normalità della lontananza (e non), si può gridare ai pericoli dell’invasione straniera oppure, semplicemente, interrompere il flusso di notizie che costantemente arriva da quell’isolotto remoto, scegliendo la comoda strada del non sapere.
Fuocoammare, al netto di qualche sequenza probabilmente superflua nel ribadire una teoria già dimostrata con assoluto nitore, è un documentario che raggiunge tutti gli scopi antropologici, sociologici e, perché no, politici nel senso più nobile del termine, che si era prefissato. Dopo le contaminazioni fiction dello sperimentale Sacro G.R.A., Rosi ritorna quasi ai livelli di insostenibile essenzialità mostrati nello straordinario El Sicario, Room 164 (2010), trattando per vie giustamente trasversali una delicata tematica nella quale le insidie di una pornografia del dolore erano davvero dietro l’angolo. Ricordandoci però al contempo che una guerra, una delle tante con il proprio impressionante numero di vittime annesse, è sempre in svolgimento in quell’isola del Mediterraneo, con le navi militari a pattugliarne senza sosta le coste. Esattamente come tanti anni fa, come rievocato dalla nonna del piccolo Samuele nei racconti in cui, durante il Secondo Conflitto Mondiale, il mare diventava nottetempo rosso per i razzi sparati. Da cui il titolo di un’opera che non vuole farsi dimenticare – anche a costo di sfiorare qualche momento di retorica – come gli spari mimati verso il nulla (o verso tutto e tutti) di Samuele nella sequenza finale. Riuscendoci appieno.

Daniele De Angelis