Fast & Furious 8

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

I figli so’ pezzi ‘e core

Prosegue imperterrito il franchise denominato Fast & Furious, giunto all’ottavo capitolo di una saga resistente alle avversità del Destino nonché ai pericoli di una ripetitività sempre in agguato. Lasciando ovviamente inalterato l’aspetto riguardante la preponderanza dell’azione espressa attraverso il mezzo meccanico a quattro ruote e tuttavia innestando significative variazioni in una trama di suo propensa a mettere in secondo piano qualsivoglia approfondimento troppo “intimo” sui vari personaggi, Dom Toretto in primis.
Rispetto al numero sette – per chi scrive di gran lunga il miglior segmento della saga grazie alla regia splendidamente calcolata di James Wan e al pathos generato dalla prematura scomparsa dell’attore Paul Walker, “metabolizzata” in un finale di assoluta poesia e conseguente commozione – cambia la regia, stavolta affidata al mestierante per tutte le stagioni F. Gary Gray mentre resta invariata la posizione di Chris Morgan come sceneggiatore. E si vede. Perché Fast & Furious 8, pur dedicando la stragrande maggioranza dei suoi centotrentasei minuti di durata a rocamboleschi inseguimenti e affini, prova anche qualche soluzione narrativa non troppo prevedibile. Innanzitutto l’ottava sinfonia è quella che sancisce, in maniera crediamo definitiva, l’omologazione di Fast & Furious alle saghe di azione e avventura pura sulla falsariga di Mission Impossibile. E il parallelo tra Vin Diesel e Tom Cruise, inconcepibile nei primi film della serie in cui compare e pur con tutte le differenze del caso, ci sta tutto. Anche qui l’eroe – il quale per tre quarti di film si comporta in maniera opposta, ma si capisce subito il motivo – si batte per una giusta causa: la famiglia. Un’istanza insolita per un lungometraggio del genere, che viene prima evocata nella intimità di Dom con la compagna Letty (Michelle Rodriguez, nell’occasione, non a caso, più femminile del solito) poi conclamata dal fatto che Toretto viene subdolamente ricattato dalla perfida Cipher (Charlize Theron, al meglio in ruoli da villain) la quale gli rapisce suo figlio piccolo e la madre biologica, costringendolo ad azioni tutt’altro che irreprensibili per sete di potere. Da qui lo script Fast & Furious 8 si dipana in due linee convergenti: nella prima l’azione viaggia a ritmi assai sostenuti in giro per il mondo, diventando talvolta un po’ ripetitiva nonostante il simpatico apporto di Dwayne Johnson, Jason Statham e gli altri componenti del team costretti ad interrogarsi sull’enigmatico comportamento di Dom, con un Kurt Russell agente federale dalla battuta pronta a fungere da presenza immanente; dall’altra, tra le righe del contesto, la palese prosecuzione del processo di “umanizzazione” di Toretto, già iniziata nel settimo capitolo ed avviata a completa legittimazione in questo. Una sorta di valore aggiunto che rende decisamente più sopportabile il tonitruante spettacolo anche per i non patiti dello schema primario “donne, motori e azione indefessa”.
Intendiamoci: Fast & Furious, al di là dell’eccellente – e forse un briciolo casuale – riuscita dell’episodio numero sette, resta un fulgido esempio di brand a scopo ludico riservato ad un pubblico assolutamente trasversale, senza distinzione di età, sesso o addirittura classe sociale, come sagacemente messo in rilievo da Sacha Baron Cohen in una battuta del personaggio da lui interpretato nel recente Grimsby – Attenti a quell’altro. Eppure non solo, in generale, lo spettacolo si mantiene su binari consolidati ma prova anche una qualche strada differente per accontentare palati più esigenti. Sarà anche per questo motivo che il tramonto, perlomeno al botteghino, di Fast & Furious appare, oggi come oggi, lontanissimo, con nuove avventure già in cantiere. Rispetto delle regole primarie accompagnato da una visibile lungimiranza nel venire incontro ai gusti di un pubblico sempre più vasto e globalizzato. Principi elementari che collidono con quelli, obsoleti, della politica contemporanea che pretende autarchia ad ogni costo. E questa è, comunque la si guardi, una bella lezione, non unicamente commerciale da parte di un cinema in grado di guardare avanti nel futuro senza dimenticare gli istruttivi esempi del passato.

Daniele De Angelis