Eric Clapton: Life in 12 Bars

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una vita in bilico sulle corde di una chitarra

Ci sono e ci sono stati musicisti come Robert Johnson, Jimi Hendrix, Frank Zappa, David Gilmour, Keith Richards, Kurt Cobain, Santana e naturalmente il nostro compianto Pino Daniele, che hanno letteralmente rivoluzionato la musica rock con il proprio strumento, ossia la chitarra. Tranquilli non ci siamo dimenticati di Eric Clapton, altro nome imprescindibile per non dire iconico, ma lo abbiamo volutamente lasciato in coda a un elenco che non è stato di certo stilato per ordine di importanza, poiché a lui è stato recentemente dedicato un documentario biografico dal titolo Eric Clapton: Life in 12 Bars.
A firmare questo ritratto che entrerà di diritto nella sempre più affollata galleria dei biopic dedicati ai grandi chitarristi di oggi e soprattutto di ieri (tra gli ultimi realizzati c’è Pino Daniele – Il tempo resterà di Giorgio Verdelli), presentato in anteprima al Toronto International Film Festival 2017 e distribuito nelle sale nostrane nella tre giorni evento (dal 26 al 28 febbraio) voluta da Lucky Red, la regista e produttrice americana Lili Fini Zanuck.
Eric Clapton: Life in 12 Bars non si distacca dallo scherma ormai consolidato del genere in questione, assecondandone il modus operandi e seguendone pedissequamente tanto la costruzione narrativa quanto l’impianto tecnico basilare. Elementi, questi, che una volta riscontrati possono, in coloro che sono abituati a fruire di operazioni analoghe, causare una sensazione di déjà-vu. Ciò può rappresentare di fatto un limite più o meno bypassabile a seconda dei casi, ossia quando l’esistenza umana e artistica al centro dell’opera audiovisiva di turno, risulta talmente forte e potente da mettere in secondo piano tutto il resto, compreso l’operato del regista e la confezione nel suo complesso. E quello firmato dalla Zanuck è l’esempio perfetto, poiché dell’esistenza della quale il documentario narra “vita, morte e miracoli”, ossia quella del celebre chitarrista britannico, unico nella storia a vincere 18 Grammy Awards e a entrare per ben tre volte nella “Rock and Roll Hall of Fame”, quel limite ce lo riesce a far dimenticare.
Su una timeline di due ore e passa scorrono, come sulle corde di una chitarra, i racconti pubblici e privati della vita e della carriera di Clapton, in un arco temporale che dagli anni Sessanta ci trascina sino ai giorni nostri. Racconti, questi, che il più delle volte finiscono con l’intrecciarsi senza soluzione di continuità, con il protagonista che racconta e si racconta, supportato da un coro di voci di famigliari, affetti, amici, colleghi, giornalisti e addetti ai lavori. Testimonianze le loro che resteranno per tutto il tempo solamente sonore, per via della scelta della cineasta statunitense di evitare l’approccio frontale con i vari intervistati, protagonista compreso, al fine di puntare esclusivamente sulle immagini di repertorio. Scelta, quella della Zanuck, che fa della sua pellicola un film di montaggio a tutti gli effetti, dove trovano spazio materiali e formati diversi, ma ben mescolati. Il miracolo, in tal senso, avviene in post-produzione grazie a un utilizzo intelligente, ricercato e soprattutto mai didascalico dei pregiatissimi materiali a disposizione. E’ questo il punto di forza di un documentario che non brilla per coinvolgimento e impatto emotivo come altre opere analoghe (su tutte Janis, Cobain: Montage of Heck, Let’s Get Lost, Marley o One More Time with Feeling), ma che nel corso del suo percorso narrativo sa trovare la maniera giusta e onesta per pizzicare le corde del cuore (vedi i passaggi in cui Clapton parla senza filtri delle dipendenze dalle droghe e dall’alcool, degli innumerevoli tentativi di disintossicazione, ma anche delle dolorose perdite che ha dovuto affrontare negli anni, a cominciare da quella tragica del figlio).
Ne viene fuori un commovente flusso mentale, orale e sopratutto musicale, che racchiude in sé una sorta di best of e il dietro le quinte di ciò che è stato. In tal senso, a rubare la scena, prima dei preziosi e in grandissima parte inediti materiali di repertorio, non potevano che essere le note e le parole dei brani firmati ed eseguiti da Clapton. Poesia per le orecchie dei suoi fan, ma anche per tutti quegli spettatori che vogliono abbandonarsi alle note di un artista che non si può non amare e con lui tutta la sua meravigliosa discografia.

Francesco Del Grosso