En liberté!

0
8.0 Awesome
  • VOTO 8

Guardie e ladri alla francese

Ammettiamolo pure: una certa tendenza del cinema francese, riconducibile a opere intellettualoidi, insopportabilmente verbose e dall’impronta politica fastidiosamente allineata, ci è presto venuta a noia. Per fortuna però ci sono ancora figure come Pierre Salvadori. Un cineasta dal cui picaresco rapporto con la settima arte si percepisce ancora, fortunatamente, il più che mai necessario alone di magia, di anarchica ribellione alle strettoie imposte da un determinato clima culturale e, in ultima analisi, di libertà. La stessa che troneggia beffardamente nel titolo del suo ultimo lungometraggio, in vetrina quest’anno al Festival di Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs.

Di En liberté! si fanno apprezzare in ordine sparso il rapporto scanzonato e personale coi generi cinematografici, il ritmo trascinante e tendenzialmente imprevedibile, l’aura di follia e di eccentricità che circonda tutti i personaggi senza, però, ridurli mai a macchiette. Tanta roba, per una commedia poliziesca dai toni ora euforici e ora amarognoli che fagocita un immaginario cinematografico eterogeneo con tocco lieve da vaudeville.
Tra i suoi protagonisti troviamo Yvonne (Adèle Haenel), giovane e determinata ispettrice di polizia rimasta vedova all’improvviso, che al figlio è solita raccontare le gesta di un padre anche lui poliziotto, deceduto eroicamente in missione. Questi brevi inserti narrativi, autentico gioco di scatole cinesi messo in scena con la creatività che ritroveremo in più parti del film, rappresentano uno dei tanti esempi di quel rapporto ludico con l’action movie e con il tradizionale polar, che rende a tratti elettrizzante l’avventura spettatoriale di En liberté!. Alla donna, infatti, toccherà ben presto scoprire che il suo uomo non era l’integro e incorruttibile tutore dell’ordine da lei immaginato, bensì uno spregiudicato individuo in combutta con veri e propri criminali. La favoletta da lei raccontata al figlio prenderà quindi, man mano che si va avanti, qualche direzione del tutto inaspettata, con esiti sempre più esilaranti. Quasi una riedizione del racconto nel racconto di Rashomon, volendo, in chiave più marcatamente parodistica. Non solo. Il percorso esistenziale di Yvonne è destinato poi ad incrociarsi con quello di Antoine, un innocente incastrato e mandato ingiustamente in prigione dall’ex-marito verso il quale la poliziotta, non appena il giovane uomo avrà finito di scontare la pena, comincerà a manifestare un attaccamento alquanto morboso, dettato in parte dal senso di colpa e in parte da una misteriosa, insondabile attrazione. Ma il personaggio in questione, uscito dal carcere con non pochi squilibri psicologici, ha comunque una casa e una persona da cui tornare (la deliziosa Audrey Tatou, già cooptata da Salvadori per Ti va di pagare?), mentre il fatto che Yvonne sia finalmente una donna libera ha messo qualche grillo nella testa a un collega suo e dell’ex marito, altro soggetto deliziosamente naif, che probabilmente l’aveva sempre ammirata e desiderata. Tra surreali incontri al luna park, improbabili pedinamenti, amor fou, incendi, pericoli, falsificazioni di identità, stralunati corteggiamenti, misteriosi serial killer platealmente ignorati dai troppo distratti tutori dell’ordine e audaci rapine, se ne vedranno quindi delle belle…

In un film come En liberté!, dove ogni personaggio si trova per sua volontà o per qualche scherzo del destino a interpretare un ruolo non suo, tale gioco di specchi crea di continuo rifrazioni per cui il pathos genuino di una situazione o di un rapporto può tramutarsi all’istante in qualcosa di differente, generando lampi di folgorante comicità dal più tenero dei quadretti o agendo all’occorrenza in direzione opposta. Qualsiasi ambiente, da quello domestico alla stazione di polizia ad altri incrociati occasionalmente dai protagonisti, diventa un set in cui i nostri eroi mettono in scena alternativamente la propria funzione sociale e le proprie aspirazioni più recondite. In tal modo Salvadori confeziona non soltanto un prodotto godibilissimo, pieno di brio, ma anche un larvale sogno cinematografico che ingloba con naturalezza quei piccoli, umbratili, eterei margini di riflessione che rendono i personaggi, talvolta così buffi, profondamente umani. Tutto ciò con il fondamentale apporto degli interpreti, di cui si fanno apprezzare la versatilità, l’empatia e la capacità, a partire dalla protagonista, di passare senza problemi da un registro potenzialmente drammatico a uno spiccatamente umoristico.

Stefano Coccia