Divagante #6: AMORE ALL’ULTIMO MORSO (Innocent Blood) di John Landis

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Notte, arriva la notte…

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, sosteneva Marx. Un po’ come quelle di Hollywood sono lastricate di film «abbandonati», opere sognate e vagheggiate, pianificate nel dettaglio, accudite con l’amore incondizionato che si riserverebbe a un infante cagionevole eppure mai girate, rimaste, per così dire, sulla carta. Pur di fronte a innegabili dedizione e determinazione, insomma, di film nati morti stiamo parlando. Ed è ironico pensare a quanta vita li animasse e li animi tuttora, dopo che l’inesorabile trascorrere degli anni li ha trasformati come un revenant di fulciana o romeriana memoria da frustranti delusioni di cineasti visionari a oggetto di lacrimevole rimpianto (oltre che di culto, basti pensare ai fiumi di inchiostro versati sul Napoleon kubrickiano) per indignati spettatori e storici scrupolosi. Per ogni film portato a termine centinaia sono abbandonati al loro destino sulle sponde del Lete, vittime di circostanze sfortunate e sfavorevoli, problemi economici, feroci, inconciliabili antagonismi e divergenze creative. Molti di loro vantano storie produttive appassionanti come una fiaba raccontata al crepitare di un fuoco nel bosco, persino più accattivanti delle vicende che si proponevano di narrare sullo schermo (e più avvincenti, non di rado, rispetto a quelle concretizzatesi in quel profluvio di modestissime pellicole che affollano di norma le nostre multisale). Ma se una di queste storie, mirabilmente (e astutamente) raccontata nel «docu-cult» Lost in La Mancha, ha recentemente conquistato un inatteso lieto fine, per molte altre i cancelli del cosiddetto Development Hell sono destinati a rimanere sprangati.

Di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe. Roba da riempire un volume che al confronto Le Confessioni d’un italiano sembrerebbe un tascabile da ombrellone. 2001 odissee nell’oblìo, lo si potrebbe intitolare. E così, senza stare a (ri)tirare in ballo l’inflazionato Napoleon di Kubrick, buttiamo lì il Cuore di tenebra di Welles e il Megalopolis di Coppola, o per venire a più recenti sogni infranti Le montagne della follia di Del Toro. E fra tanta abbondanza – e tanti nomi illustri – figura anche, negletto e significativo, Red Sleep.
Sonno rosso (sangue).
Titolo curioso. E titolo di uno script dai canini appuntiti redatto da Mick Garris e da Richard Christian Matheson che la Warner sottopone sul nascere dei Novanta all’attenzione di John Landis, enfant terrible sul cui talento dissacrante e spudorato andavano inesorabilmente addensandosi nubi minacciose. Così vicini eppure così lontani i tempi degli irresistibili Animal House, The Blues Brothers, Una poltrona per due e Un lupo mannaro americano a Londra, gustoso cocktail di orrore e ironia per il quale – a proposito di sogni destinati in apparenza a rimanere nel cassetto – Landis dovette penare oltre dieci anni alla ricerca di impavidi finanziatori. E visto che da licantropi a vampiri il passo è assai breve – lungi dall’addentrarci in una dissertatio sulle analogie tra i due miti ci concediamo un rimando all’arcinoto episodio che nel 1969 spinse il diciottenne Landis, allora impegnato sul set de I guerrieri in Jugoslavia, a confrontarsi con il Soprannaturale e a redarre il copione del suo American Werewolf, vale a dire lo spettacolo di una famiglia di zingari che seppellivano un loro congiunto opportunamente agghindato di fiori e corone d’aglio – il regista non esita ad accettare la scommessa e a rimaneggiare lo script con l’aiuto di Harry Shearer.

Reduce dalle riprese dello sfortunato (e sottovalutato) Oscar – Un fidanzato per due figlie, Landis avverte l’urgenza di un film provocatorio e – parole sue – oltraggioso; e Red Sleep, come si dice, capita a fagiolo. Lo spunto è tanto semplice quanto suggestivo: Las Vegas è una città popolata (e governata) da vampiri. Pensiamoci: situata in mezzo a un cazzo di deserto (per citare l’esemplare Elliott Gould del sopravvalutato Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, che a sentir parlare di «approccio originale al Cinema dei Grandi Colpi» Michele Lupo si rivolta nella tomba), con peccaminose nottate di ventiquattr’ore (niente finestre nei Casinò, signore e signori) e un ampio menu a base di insulsi turisti e coppiette un po’ alticce, Las Vegas pare perfetta per una Creatura della Notte. (E chissà se Garris e Matheson si ispirarono non solo ai revenant da Night Club di Vamp, ma a quelli punk del simpatico Ragazzi perduti: Dormire tutto il giorno. Festeggiare tutta la notte. È bello essere un vampiro.) Quanto al tocco (ossimorico) di Landis: la sua versione dello script è una violenta, irriverente commistione di orrore e humour nero (anzi rosso) con vari numeri musicali e un protagonista (il Re dei Vampiri) concepito come un mix di Frank Sinatra, Elvis Presley, Wayne Newton e Siegfried & Roy!
Insomma, come tante delle opere di Landis, un film folle (e lo diciamo, sia ben chiaro, senza alcun significato dispregiativo). Peccato che a suo favore non giochino gli incassi modesti (per non dire disastrosi) racimolati frattanto da Oscar, che sebbene non esauriscano del tutto il credito di cui gode nei salotti che contano, di certo lo assottigliano ulteriormente. Cosicché quando il Nostro (ri)consegna il copione di Red Sleep alla Warner si sente rispondere qualcosa del tipo: Niente da fare per la Las Vegas dei Vampiri, vecchio mio, ma perché non ti dai da fare con quest’altro vampiresco firmato Michael Wolk?
Anche questo script vanta un titolo evocativo (Innocent Blood), ma i due aspetti più importanti – per lo meno agli occhi dello Studio – sono che (a) rappresenta un progetto meno ambizioso (leggasi meno costoso) di Red Sleep (alla Città del Peccato, ai Casinò, agli illusionisti e ai cantanti lounge subentrano la New York della mafia italo-americana e una avvenente vampira con più di uno scrupolo a cibarsi di sangue innocente), e (b) che si tratta di un piatto bell’e pronto, che necessita giusto di qualche nuovo condimento prima di essere messo in forno, riscaldato e impiattato. A dire che Innocent Blood rischiava seriamente di finire nel tomo immaginario 2001 odissee nell’oblìo: le riprese, fissate per l’agosto ’91, erano infatti saltate quando il regista Jack Sholder (e a stretto giro i protagonisti Lara Flynn Boyle, Dennis Hopper, Viggo Mortensen e Miguel Ferrer) aveva abbandonato la nave motivando la sua decisione con una formula standard: «divergenze creative con i produttori». Proprio quando, a proposito di capitare a fagiolo, Landis si palesava negli uffici Warner Bros. con il copione riveduto e corretto di Red Sleep. E fu così che si incontrarono due diverse esigenze: la Warner si liberò di un progetto assai rischioso e trovò a un tempo un «padrino» per Innocent Blood; Landis inciampò letteralmente in un nuova «occasione» ottenendo, in virtù anche di risorse non proprio faraoniche (circa 20 milioni di dollari), una notevole libertà.
Libertà impiegata dapprima per scritturare Anne «Nikita» Parillaud nel ruolo di Marie, la vampira-con-un-cuore che contagia il boss mafioso Sal «lo Squalo» Macelli e si trova a fare coppia (e a innamorasi, risvolto a cui si deve il titolo italiano Amore all’ultimo morso, ispirato al delizioso Amore al primo morso di Stan Dragoti) del poliziotto Anthony LaPaglia, quindi per spostare il teatro del Grand Guignol da New York (dove si progettava di girare per due settimane prima di «migrare» verso una meno dispendiosa «città-controfigura», Philadelphia) a una insospettabilmente fotogenica Pittsburgh, con una lavorazione dal tramonto all’alba (come dichiarato da Landis, dalle 6 di sera alle 6 del mattino per 6 giorni la settimana, combinazione involontariamente suggestiva: 666) nel bel mezzo di un gelido inverno (tra il gennaio e l’aprile ’92).

Il risultato è uno spumeggiante mix di risate e follie gore – le prime meno irresistibli rispetto a quelle del Gemello Tenebroso An American Werewolf, le seconde raccapriccianti in virtù dei fenomenali trucchi prostetici firmati Steve Johnson – sospeso tra orrore, gangster movie e poliziesco metropolitano. E dal momento che il lupo (mannaro) perde il pelo ma non il vizio Landis invita a partecipare un pugno di illustri compari (simpatici i cammei di Frank Oz, Sam Raimi, Dario Argento, Tom Savini, Forrest J. Ackerman, Michael Ritchie e Russ Cochran), inserisce sterili «omaggi televisivi» a Il risveglio del dinosauro, Dracula, Dracula il vampiro, Il mostro della via Morgue e L’altro uomo e si trastulla con la colonna sonora aprendo non sulle note di Blue Moon ma sulla voce suadente di Jackie Wilson che intona Notte, arriva la notte, un’altra notte per sognarti…
Peccato che la Parillaud, pur poco timida nel mostrare le proprie grazie, fatichi a coniugare il romanticismo sanguinario e l’apparente, fanciullesca ingenuità con cui Landis tratteggia il suo personaggio. Tanto più che lo script dell’esordiente Wolk, specie quanto a struttura, non è quel che si dice un orologio svizzero, denso com’è di buoni spunti (il risveglio post-mortem di Macelli e la sua goffa presa di coscienza della propria natura di vampiro, ed è esilarante il suo addormentarsi come un pupo in una cella frigorifera con un culaccio di manzo per cuscino) avviliti da sviluppi frettolosi. Certo, la rielaborazione della mitologia vampiresca ha un suo fascino (per scongiurare il proliferare di Creature della Notte Marie disattiva il sistema nervoso centrale delle sue vittime con una pallottola al capo o mediante decapitazione; i vampiri di Landis, inoltre, non hanno zanne ma strappano letteralmente le gole a morsi, si riflettono sugli specchi, temono l’aglio e la luce del sole, hanno occhi rossi o smeraldo, gialli o violacei, ruggiscono e sanno muoversi con la stessa rapidità replicata in analoghe soluzioni di regia di Intervista col vampiro – Cronache di vampiri) e Robert Loggia è meraviglioso nei panni dello «Squalo», personaggio ispirato a John Gotti (così come l’avvocato di Don Rickles, che perisce in un omaggio da antologia alla dissoluzione di Dracula il vampiro, è ispirato al difensore di Gotti Bruce Cutler) e introdotto da una scena memorabile a metà tra Scorsese e Tarantino («Hai mai provato a cuocere un calzone con il microonde?» chiede Macelli alla vittima designata. «Viene fuori che pare un cazzo moscio»). Ma un pur nobile Mattatore (delle Tenebre) come Loggia non bastò alle platee statunitensi, che condannarono il film al misero incasso di 4 milioni di dollari. Ironia della sorte, di lì a pochi mesi sarebbe esplosa con il Dracula coppoliano la Febbre del Vampiro.

Ma che Landis fosse in leggero (e infausto) anticipo sui tempi è testimoniato, a proposito di film abbandonati, dal progetto che il Nostro stava preparando per la Universal: un adattamento de Il mondo perduto con script di Richard Matheson e Sean Connery nei panni del professor Challenger. Subito prima, s’intende, che la Universal chiudesse le trattative per Jurassic Park.
Morto un dinosauro, avrà commentato con la consueta ironia Landis, se ne fa un altro.

Stefano Leonforte