Divagante #5: MANIAC di William Lustig

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Il miglior nemico di un ragazzo è la propria madre…

Siamo agli albori del 1981. Sono trascorsi oltre cinque anni dall’irrompere sugli schermi – e di lì agli incubi dei bagnanti di ogni angolo del globo il passo fu breve – delle Fauci spielberghiane. Ma la situazione, si direbbe, non è poi cambiata molto.
Una spiaggia «di zucchero», radi cespugli tondeggianti e lo stridulo garrire dei gabbiani all’imbrunire; eppure qualcosa è cambiato: complice l’avversa stagione l’atmosfera si è fatta assai più intima (per non dire desolata) che nell’incipit, glorioso, de Lo squalo. Nessun falò né carezzevoli (quanto ebbre) «serenate» alla chitarra, niente rincorse a perdifiato né audaci bagni a mezzanotte. Solo una coppia, solitaria, stesa tra le dune di un autunno newyorkese. E un binocolo-a-monete, di quelli che ormai non si vedono quasi più e che esibisce le sue meccaniche rotondità in apertura di pellicola (ad anticipare una struttura, quella del film, che è al tempo stesso geometrica e composta, tortuosa e imprevedibile), che spia i malcapitati. La soggettiva, ça va sans dire, non appartiene a un Killer degli Oceani – già fisiologicamente, per non dire patologicamente sfruttato nel negletto televisivo NBC Shark Kill, in Tintorera e, a proposito di Morti Bianche, in un sequel ufficiale dal decorso produttivo a dir poco appassionante (i cui «detriti narrativi» brillano nella novelization di Hank Searls basata su uno script cestinato in corso d’opera), Lo squalo 2, e nell’imminente, controverso «apocrifo» low cost di Enzo Castellari, L’ultimo squalo –, ma è comunque diabolicamente inquietante. Specie perché al tema di Williams, celeberrimo, si sostituisce un ansimare tra il rabbioso e l’eccitato. Quasi un borbottìo, una nènia affannosa, concitata. Di quelle che non vorresti sentire mai, specie di notte, al buio, quando più solo e vulnerabile. Di quelle che ti costringono a serrare gli occhi e a farti piccolo sotto le coperte, bene attento a non fare il benché minimo rumore e a non lasciare allo scoperto (o alla mercé degli artigli dell’Ignoto) né braccia né gambe.
Un vero e proprio tema, il respiro del Sinistro Guardone. Un alito folle, mortifero. Un motivo tanto banale quanto efficace che preannuncia la morte dell’ignara coppietta, massacrata in una chiusa all’insegna del gore (lei accoltellata in un «siparietto» che ispirerà un passo analogo di The Hitcher – La lunga strada della paura, lui sollevato da tergo e strozzato, verosimilmente decapitato con un laccio) in questo piccolo cult, sadico, morboso e percorso da un asciutto e raggelante cinismo, firmato William Lustig. Il titolo, tutt’altro che ambiguo, è Maniac, un classico del Cinema della Violenza – non solo fisica e figurativa, ma psicologica – che a proposito di divagazioni cela una, nessuna e centomila liaison con altrettante sconvolgenti vicende di autentici serial killer.

Si dice che Joe Spinell, fenomenale protagonista e coraggioso sceneggiatore in coppia con C.A. Rosenberg, si preparò per il ruolo studiando le infami gesta e le distorte personalità di celebri assassini seriali: da Ted Bundy a John Wayne Gacy, da Ed Gein al Figlio di Sam David Berkowitz (il cui modus operandi ispira l’agguato che nel film conduce alla morte assai splatter di una vittima d’eccezione, Tom Savini). Un pizzico della follia allucinata di questi indegni personaggi, combinata a suggestioni cinematografiche come le sofferte vicende personali dell’icona Norman Bates, confluisce nel memorabile protagonista Frank Zito, maniac(o) sul cui ambiguo passato si addensano le ombre di non meglio specificati traumi infantili oltre a un rapporto, parimenti assai vago, con una madre amorevole ma inflessibile («Per favore, non chiudermi nel bagno…» implora il piccolo Frank in un angosciante frammento sonoro) che il Nostro «coltiva» in schizofrenici soliloqui nel suo harem di feticci «consumistici», cerei manichini femminili (che a qualcuno ricorderanno il Lenzi di Spasmo) che il Nostro trasforma amorevolmente in simulacri di silenti fanciulle (quelle donne che nella vita di ogni giorno, gravata dal peso di una follia paranoica, gli sono precluse) con, udite udite, gli scalpi delle sue vittime. Vorrebbe amarle ed essere ricambiato («Ti sono mancato?» chiede al termine di una lunga e faticosa notte di «lavoro», pardon di sangue), ma non può, proprio come non può averle. E c’è una scena, così banale e così struggente, di quelle che proprio non ti aspetti da un cineasta come Lustig – che pur vantando un buon numero di fedeli estimatori ha toccato raramente le vette di Maniac, e non ce ne voglia il poliziotto sadico –, in cui Zito si attarda nottetempo alle vetrine dei negozi ammirando con sguardo dolente e sognante (com’è sognante il commento musicale di Jay Chattaway, tenero, dolce, in magnifico contrappunto al crescendo del solito respiro sibilante) i manichini agghindati. Non stupisce che i rari, disperati tentativi con autentici esponenti del Gentil Sesso, anche quando caratterizzati da una parvenza di (misera) normalità, vedi il goffo corteggiamento alla magnifica fotografa di Caroline Munro, naufraghino in abissi di follia. Ne sa qualcosa la prostituta con cui Zito si apparta in un sudicio hotel-a-ore e che si trova a dover posare per lui come nelle riviste, perché il Nostro, con quella pancia e quella squallida maglietta bianca, quel buffo taglio di capelli e quell’espressione imperscrutabile, quasi ottusa, proprio non ci sa fare. Tra le lenzuola è maldestro, inibito, cosicché dev’essere lei a «prenderlo per mano», scatenando una reazione (omicida) che si consuma nella brutale, micidiale dicotomia tra rabbia e frustrazione. «Non posso!» urla Zito in preda alla disperazione, abbandonandosi a singhiozzi che eruttano in un collerico: «Troia!» E Lustig, ancora una volta ispirato e puntuale, ci delizia con un primo piano allucinato e in contreplongée di Spinell, sudato quasi la follia che lo possiede filtri da ogni poro della pelle, che strangola la poveretta.
Quindi, a delitto compiuto, la resa.
Una (tragica) calma sembra seguire la tempesta, le cui nubi minacciose si abbattono sull’animo del killer. «Io non volevo…» piagnucola come un bambino rinchiuso nel bagno. Ed è ormai chiaro che in Zito tutto si gioca tra la colpa e il peccato, il desiderio e l’inibizione, i veleni dell’odio e le malie dell’amore. Conflitti che trovano una audace rappresentazione nella famigerata «scena dello scalpo», con Zito che completa l’opera incidendo la fronte del cadavere con precisa, determinata ed estenuante lentezza.  

Non stupisce – lo riporta il Los Angeles Times del 24 marzo – che il 21 marzo ’81 sessanta «baccanti» inferocite (non dissimili dalle revenant che si vendicano di Zito nel visionario e granguignolesco finale «romeriano») si siano date appuntamento all’Hollywood Pacific Theater per protestare contro la violenza sulle donne esibita nel film. Che a quel punto, giunto alla Città degli Angeli il 6 marzo ’81 dopo una première di mezzanotte al Festival di Cannes, il 10 maggio ’80, e l’esordio a New York il 30 gennaio ’81, aveva già incassato la considerevole cifra di 2 milioni e mezzo di dollari.
Eppure, data per scontata l’estetica brutale e disperata, Maniac si rivela anche un film ricercato, dove al gusto per il truce (irrobustito da una colonna sonora che evoca simbolicamente gli scintillii di follia del protagonista) si accompagnano una serie di intuizioni e immagini mirabili.
Zito che si risveglia all’improvviso, madido, con un fascio di luce che gli illumina gli occhi nemmeno fosse il Conte di Lugosi, per esempio; immagine che riflette i fantasmi di un passato che affonda i suoi artigli sul presente. E poi, al di là e oltre una suspense gestita brillantemente (da antologia il pedinamento e la scena nel bagno della metropolitana), Lustig si concede anche pregevoli incursioni nel surreale, vedi l’immagine di Zito seduto come uno scolaretto nel bel mezzo di un set fotografico (l’appartamento della Munro), occhiali doppi e fare impacciato, mentre impazza Goin’ to a Showdown della Don Armando’s 2nd Avenue Rhumba Band.
Quanto ai set, se lo squallore urbano fotografato da un Lustig costretto a un approccio «avventuroso» dalle ristrettezze del budget, potere delle restrizioni, dona al film un irresistibile fascino para-documentaristico, l’ossimorico monolocale di Zito, opprimente ma sgargiante col suo carico di bambole e il sinistro altarino in onore della madre, omaggia le visionarie tavolozze di classici nostrani come 6 donne per l’assassino e Suspiria.

In tema Argento, doveva essere Daria Nicolodi a vestire i panni di Anna, ma dati gli impegni sul set di Inferno il ruolo andò alla Munro. E quale ironia nel ricordare che proprio la Nicolodi – lo raccontava in Spaghetti Nightmares di Palmerini e Mistretta – ambiva dopo Teti e Ferrario (e potremmo aggiungere il duo Siragusa-Frajoli) a portare sul grande schermo le vicende del Mostro di Firenze. Un caso, quello del Mostro, che ci riporta alla più sconvolgente delle liaison tra Finzione-Realtà che segnano la pellicola. Maniac, infatti, avrebbe giocato un ruolo determinante – siamo nel campo delle suggestioni, è bene sottolinearlo – nella degenerazione omicida che insanguinò le dolci colline fiorentine nei primi anni Ottanta. Il sospetto, insinuato da illustri studiosi del caso – su tutti l’avvocato Nino Filastò –, è che i provini di Maniac, trasmessi senza tregua dalle televisioni private di casa nostra sul nascere dell’81, abbiano ispirato all’assassino le raccapriccianti escissioni dei feticci. Del resto, se Zito asporta il cuoio capelluto, il Mostro preleverà di lì in avanti il pube (e nei duplici omicidi dell’84 e dell’85 il seno sinistro) delle sue vittime femminili.
Ad azzardare per primo la connessione fu Giuseppe Alessandri ne La leggenda del Vampa, dedicato, nomen omen, a Pietro Pacciani. Quindi fu Filastò nel fondamentale Storia delle merende infami, su intuizione di un anomimo medico fiorentino la cui identità trapelerà in seguito, a ritenere in una parola impressionanti le similitudini tra l’«omicidio del ponte di Verrazzano» (quello di Savini e della sua bella, con Zito che si apposta come il più classico «guardone» spiando le effusioni della coppia dal finestrino dell’auto) e il modus operandi del Mostro. Senza contare che la sequenza incriminata, insieme a quella dello scalpo, era proprio tra quelle trasmesse con insistenza negli spot televisivi italiani.

Suggestioni, dicevamo.
Ma suggestioni che mettono i brividi. Quelli veri. Al punto che risultano assai meno inquietanti i «luoghi» archetipo dell’orrore con cui Lustig si balocca nel finale: dal cimitero nebbioso agli «occhiolini» a De Palma (la mano che sbuca dalla tomba come in Carrie lo sguardo di Satana) e a Romero.
E poi, colpo di scena (di genio?), quando il Soprannaturale sembra ormai opportunamente relegato al delirio del killer morente, ecco che (il cadavere di) Zito spalanca un occhio che si cristallizza in un fermo immagine «fotografico».
Zito, questo è certo, non smetterà mai di tormentarci. E aveva ragione.
Le cose cambiano. La gente muore. Ma in una foto… rimane tua per sempre.

Stefano Leonforte