Divagante #1: Profezia (Prophecy) di John Frankenheimer

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La preda più pericolosa…

A stare sulle spalle dei giganti si gode di una vista straordinaria. Il panorama è di quelli da mozzare il fiato. E tuttavia, si sa, i rischi sono direttamente proporzionali all’ebbrezza insieme scioccante ed elettrizzante garantita da tale privilegiata prospettiva. Cadere nel vuoto. Precipitare nell’abisso. O, nel nostro caso – perché anche i Grandi Giganti Cinematografici hanno spalle possenti –, in una sala (semi)vuota. Luogo ossimorico di Tenebre e di Luce dove parecchia fatica e altrettanti quattrini convergono tragicamente in amari rimpianti e struggenti delusioni. E luogo, venendo a noi, dove nell’estate del 1979 si inabissarono sotto il peso di un malizioso «passaparola» le speranze della Paramount e del regista John Frankenheimer quando il loro Profezia (fantahorror sospeso tra denuncia ecologica e barbarie pessimista) segnò, per così dire, il più temuto degli en plein, guadagnandosi con perentoria (quanto infausta) puntualità critiche ostili, quando non raggelanti, e incassi implicitamente «contraddittori», leggasi dignitosi ma di gran lunga inferiori alle aspettative.
Le quali, ad aggravare le proporzioni della «sconfitta», erano piuttosto alte.

Tutta colpa del Gigante, verrebbe da dire. Che poi, a voler essere pignoli, è in questo caso un gigante degli oceani, Lo squalo di Spielberg, magnum opus che rivoluzionò il concetto stesso di Monster Movie inserendosi dopo una lunga e travagliata gestazione (lettura obbligata per farsi un’idea delle traversie produttive delle fauci spielberghiane, The Jaws Log di Carl Gottlieb) in quel filone di ambiziosi kolossal capitanati da Il padrino che nei primi anni Settanta risollevarono l’industria hollywoodiana da un baratro più nero di una notte senza luna, introducendo e beneficiando di una pratica distributiva, il cosiddetto saturation selling, esercitata attraverso uno spaventevole numero di copie che calando all’unisono sui principali circuiti statunitensi finivano per conquistare come un’orda di barbari in celluloide gli esercizi e l’attenzione mediatica dell’intero paese.
E come è vero che il successo ha molti padri e che il disastro nasce sempre e comunque orfano, così ogni exploit al botteghino genera invariabilmente degli epigoni. Lascia tracce, direbbe Dick Halloran… un po’ come quando brucia il pane dei toast; specie nelle menti ineffabili e contorte tipiche dei più ingenui executives hollywoodiani, rapaci nel vampirizzarne le intuizioni con risultati che spesso e volentieri si dimostrano assai meno stuzzicanti di quel pugno di briciole carbonizzate colpevoli in principio di averne stimolato l’appetito. Nel nostro caso, la Paramount cavalcò l’onda del leviatano di Spielberg affidandosi alla penna di David Seltzer (Il presagio) e alla regia di John Frankenheimer, reduce dal mirabile Black Sunday ma tormentato, lo confermerà egli stesso nel valutare Profezia un’occasione mancata, dallo spettro invalidante di un profondo alcolismo (il che, tra parentesi, non gli impedì di imporre sul set la più assoluta segretezza, sancita con un patto à la Psyco che scoraggiò il cast tecnico e artistico dal divulgare i «segreti» del film).

Non ricordava con rabbia, Frankenheimer, bensì con rimpianto, perché le basi per un’opera più compiuta, o per dirla nel gergo delle majors, per un «blockbuster», a ben guardare c’erano tutte. Dalle location suggestive (la vicenda si svolge nei boschi del Maine, ma si girò nella Columbia Britannica) a una tutt’altro che banale rappresentazione – e filosofia – della mostruosità. Che era poi, per inciso, il cuore della scommessa con cui Seltzer si riprometteva di locupletare la spettacolarità dell’illustre ispiratore (ri)proponendo (sulla scia degli eco-vengeance più arguti come Frogs e delle recenti, mostruose variazioni plantigrade di Grizzly – L’orso che uccide e Claws) tematiche e sviluppi più adulti e impegnati, trasformando quello che sulla carta era uno spunto da film di serie B in un horror di denuncia (non soltanto in termini ecologici, ma di ingiustizia sociale). E se con tali premesse vennero anche (e prevedibilmente) parecchie ingenuità, be’, pazienza, perché questo fa parte del gioco.
Sul tavolo, pardon, sullo schermo (e poi sulla carta, perché Seltzer firmò anche una pregevole novelization), un pugno di rassicuranti stereotipi. C’è il medico idealista e disincantato (un perfetto Robert Foxworth) spedito a valutare i rischi per l’ambiente dovuti alle miasmatiche emissioni di una cartiera in una «riserva» del Maine. C’è la moglie che lo accompagna, una dimessa Talia Shire che pare portare il peso del mondo sulle proprie esili spalle, e che difatti un cruccio, e per giunta piuttosto grosso, ce l’ha, dal momento che è incinta ma non sa come confessarlo al buon Foxworth, contrario a procreare in un mondo che l’Uomo – ed eccoci al tema cardine del film – fa di tutto, e con successo, per mandare in malora. C’è una combattiva comunità pellerossa, naturalmente vessata e inascoltata (perché la Storia, come sappiamo, ha il vizio di ripetersi), determinata a coltivare il sogno di un’esistenza in «simbiotica» armonia con la Natura. E ci sono, infine, i sinistri presagi d’ordinanza (salmoni che quanto a stazza non sfigurerebbero col Grande Bianco di Spielberg, elefantiaci girini degni di un incubo cronenberghiano, procioni impazziti e repellenti, miagolanti cuccioli mutanti) che conducono all’inevitabile scoperta: di incontaminato, nei dintorni della cartiera, c’è ben poco. Colpa del metilmercurio che, sfruttato «come agente caustico di basso costo» e riversato nelle acque del fiume, ha provocato terribili mutazioni genetiche sulla fauna del luogo. E una in particolare (che un Vecchio Indiano identifica con la mostruosa divinità Katahdin ma ai nostri occhi smaliziati pare più un enorme orso sopravvissuto a una nuotata in una vasca piena d’acido) sembra gradire dare la caccia all’animale più pericoloso: l’uomo…
Gli aficionados dell’orrore ricorderanno sicuramente quel profluvio di critiche tranchant ma per lo più condivisibili mosse alla pellicola da Sua Maestà Stephen King nel delizioso Danse macabre. Le distese canadesi spacciate per il Maine, l’attore Armand Assante per un indiano; la scienza utilizzata in modo opportunistico, i brutti effetti speciali.

Eppure, cosa che del resto sottolinea proprio King, Profezia avvince. E più che sul piano narrativo, pericolosamente inclinato, irrimediabilmente sbilanciato e caratterizzato da voragini su cui è d’uopo più di uno sforzo (sovrumano) per sospendere l’incredulità, avvince come esperienza. Con buona pace delle sue limpide velleità autoriali e della sua anima ferocemente pessimista (vedete, basta una minima percentuale di metilmercurio, «il solo agente mutageno che elude la barriera placentale», a danneggiare lo sviluppo di un feto, e la Shire ha lautamente banchettato con un salmone contaminato: che ne sarà, dunque, del suo presunto figlioletto?), rimane un film che Samuel Arkoff avrebbe certo definito un horror per teenagers, un divertissement confezionato in fretta e furia e destinato a quelle schiere di adolescenti impomatati che nei tardi anni Cinquanta assaltavano nei weekend i cacofonici drive-in di provincia (il film, ironia della sorte, ricorda per certi aspetti una poco precedente produzione Arkoffiana: Il cibo degli Dei). I tempi, naturalmente, sono cambiati, come nel caso di Profezia, in rapporto alle imprese della AIP, sono lievitate le ambizioni e le risorse a disposizione (otto milioni di dollari, puntualizza Time del 16 luglio ’79). Ma il concetto non cambia: Profezia – come del resto il già citato Grizzly, tra gli archetipi di Meraviglioso Brutto Film – dà il meglio di sé quando gustato in chiassosa compagnia, un paio di birre (o forse più), qualche risata e qualche sano spavento, baloccandosi in barba a ogni scrupolo o tentazione buonista con la morte insieme eccessiva ed esaltante (ma per molti semplicemente ridicola) del ragazzino infagottato nel sacco a pelo che viene scagliato contro le rocce dalla Creatura «esplodendo» in uno sbuffo di piume come un’inerme bambola di pezza.
Nessuna pietà per gli infanti, da parte di Frankenheimer. Proprio come critici e spettatori non ebbero pietà del suo film. Un destino che Profezia ha condiviso in verità con altri illustri (e assai migliori) esponenti del Fantastico in celluloide, su tutti La cosa di Carpenter, sul cui sublime pessimismo gravò, all’epoca dell’uscita nelle sale, il peso del coevo, fanciullesco e consolatorio E.T. l’Extra-Terrestre. Lo Spirito del Tempo, del resto, rappresenta probabilmente il più importante tra i fattori di quella strana, mutevole e imperscrutabile combinazione che decreta immancabilmente il successo o l’insuccesso commerciale di una produzione cinematografica. E persino Lo squalo, che certo è tra le opere più audaci e crudeli di Spielberg, si concludeva con le immagini rasserenanti della costa verso cui puntano ormai fuori pericolo Hooper e Brody. Quel che si dice un canonico lieto fine. Ma al rassicurante, un po’ come Il cibo degli Dei o il coevo Piraña, Profezia preferisce una cupa sospensione, vale a dire un finale aperto. Anzi apertissimo. Mentre i Nostri fuggono in aeroplano – e lo spettatore torna a chiedersi che ne sarà del loro feto (mutante?) –, infatti, ecco una nuova creatura che irrompe in primissimo piano, occhio porcino e dentatura terrificante, ringhiando la propria furia vendicativa.
Una (sciagurata) concessione all’orrore più scontato e dozzinale (e, per inciso, tra gli effetti peggiori della pellicola). Ma qualcosa di meglio, e qualcosa di buono davvero, Profezia l’aveva offerto in precedenza.
L’indugiare di Frankenheimer sui cadaveri degli incauti soccorrittori sulle note della Sinfonia n. 4 in mi minore di Brahms, per esempio, che introduce con un elegante enjambement il personaggio – e la professione – della violoncellista (infelice) Talia Shire. La lenta, inquietante zoomata sul folto degli alberi «dentro» cui si nasconde, all’insaputa dell’allegra famigliola in vacanza, la Creatura, conclusa con un ringhio sibillino – e assai poco rassicurante – che solletica la nostra immaginazione. E naturalmente la morte del viscido responsabile della cartiera (un bravo Richard Dysart), che sorpreso dal mutante prova a issarsi oltre un cancello di metallo ma, incapace di superarlo, si getta a terra nell’affannoso tentativo di strisciare al di sotto dell’ostacolo. Vana speranza: perché uno «schiaffo» cinematografico ci porta, nella medesima inquadratura, dall’ombra del mostro in avvicinamento al primo piano del poveretto che, su due stacchi via via più ravvicinati che sembrano quasi invitarci ad ammirarne la dentatura, esplode in un urlo disperato.
Piccoli, grandi momenti di cinema. Un cinema che mai come in questo caso risulta imperfetto, denso di problematiche; ma del resto, e questa Grande Verità vale senz’altro per Profezia, di un film ci si innamora spesso (per non dire sempre) proprio a causa dei suoi difetti.
Un’occasione mancata, come tra gli altri sosteneva Frankenheimer. Forse.
Un film da riscoprire. Senz’altro.

Stefano Leonforte