Corniche Kennedy

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’ebbrezza dell’incoscienza

Siamo sulla scogliera marsigliese. Corniche Kennedy di Dominique Cabrera non poteva che aprirsi lì, nel luogo che dà il titolo al film, non mera location dei protagonisti, ma vera e propria co-protagonista. L’obiettivo della macchina da presa ce la fa vedere nel suo distendersi, nelle bellezze ed asperità, che il gruppo di ragazzi sfida, forte dell’incoscienza dell’età. Il divertimento estivo consiste nel saltare da un’altezza elevata la Corniche Kennedy, una strada che costeggia il mare. Ad alcuni avvertimenti da parte degli adulti, la risposta pronta è «siamo giovani non ci pensiamo». La cineasta francese è abile nel condurre e anche un po’ depistare la platea di turno. Sì perché di fronte a una frase simile verrebbe da ridurre e giudicare i ragazzi in maniera frettolosa e semplicistica. Nel corso del lungometraggio, invece, si va a fondo di quella che potremmo definire una sfida del rischio e nelle storie di questi diciottenni.
Quell’atto attrae anche una ragazza del posto, Lola (Lola Creton), di estrazione sociale evidentemente differente, che instaura in primis con se stessa una sfida, per poi aprirsi all’altro. Già dai primi minuti ci accorgiamo che qualcuno spia i ragazzi – scopriremo che si tratta di una poliziotta (Aïssa Maïga) e questo sarà una linea che ben si intreccerà. Anche gli adulti, a modo loro, vanno oltre confine e nello specifico operano in tal senso i trafficanti di droga a cui uno dei ragazzi è legato. «La commissaria è più comprensiva e più dolce del suo nervoso assistente, che viene dallo stesso quartiere di quelli che arresta» (dalla scheda).
Il Bergamo Film Meeting di quest’anno aveva dedicato una personale alla cineasta francese, ancora poco conosciuta da noi e ci auguriamo che Corniche Kennedy possa esser l’occasione per farlo. Con sguardo amorevole e al contempo estremamente lucido filma gli occhi e i corpi di questi ragazzi (molto suggestive le immagini sott’acqua) facendo avvertire sullo spettatore vere e proprie vertigini e pelle d’oca del salto nel vuoto. Quest’immagine diventa metafora di una condizione esistenziale, spesso vissuta dai giovani, di quel precipizio in cui il bivio è ancora più stringente, ma una scelta va fatta.
Una curiosità: Corniche Kennedy è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo “Maylis de Kerangal” e la Cabrera ne ha curato anche la sceneggiatura, cercando di prepararsi al meglio vivendo l’humus della città. «Il mio problema era identificare il luogo ideale per girare, perché nel romanzo il luogo è immaginario. Parlavo con la gente, ascoltavo, mi incontravo con le associazioni, e ovviamente anche con quei giovani che si tuffano dalla Corniche. Un giorno, è capitato che ho visto da lontano un gruppetto di ragazzi proprio nel posto dove pensavo che il film potesse essere girato. Mi sono avvicinata, ma quando ho cercato di fotografarli si sono ribellati. Malgrado tutto qualcosa ha funzionato, sono nate simpatie, ci siamo rivisti. Non volevo malintesi e per tanto ho spiegato loro chiaramente che non si trattava di un casting mascherato. Ho accennato al romanzo, alla mia ricerca del vero. Uno di loro mi ha detto: “OK, abbiamo capito quel che vuoi, ti aiutiamo”. E lo hanno fatto. Mi hanno raccontato le loro storie […] Erano quattro o cinque. Fra di loro c’erano Alain e Kamel, nella pellicola sono Mehdi e Marco», ha dichiarato la regista. Basta questa testimonianza a rendere l’idea di quanta sincerità di sguardo ci sia in Corniche Kennedy.

Maria Lucia Tangorra