Copperman

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

L’Età del Rame

Possono esserci vari modi di inquadrare un film come Copperman di Eros Puglielli. A conti fatti un’operazione del genere può essere considerata tanto un’occasione perduta quanto una scossa di energia, in un panorama italiano che per certe modalità narrative continua a nutrire scarso interesse. Volendo ironizzare sul nome di battaglia del protagonista, si potrebbe anche dire che Puglielli col suo nuovo lungometraggio (girato quasi contemporaneamente a Nevermind) ha sdoganato ulteriormente nel Belpaese delle commediole gaudenti un cinema concepito a ridosso del fumetto e di altre mitologie urbane, trasportandoci di colpo dall’Età della Pietra all’Età del Rame. Copperman, per l’appunto. Dov’è il problema, allora? Il problema è che di recente avevamo beneficiato anche di una seppur breve Età dell’Oro. E che a rappresentare tale età sono stati titoli, almeno per noi, di gran lunga più appetibili, succosi: in primis il riuscitissimo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, in seconda battuta Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores che, seppur appesantito da un sequel meno efficace, ha saputo comunque lasciare il segno.

Cosa manca a Copperman, per stare al passo di simili precedenti? Di certo non le idee. Perché a livello di ambientazioni, creatività, soluzioni di regia, il film appare scoppiettante quanto lo è generalmente il suo autore. Un Puglielli, però, che stavolta non si è occupato in prima persona di una sceneggiatura affidata invece a diverse mani: Alessandro Pondi, Mauro Graiani, Paolo Logli, Riccardo Irrera, questi i nomi coinvolti. E proprio sotto il profilo della “fabula” si avverte tutta la debolezza del prodotto rispetto ad altri casi, come Il ragazzo invisibile e soprattutto Lo chiamavano Jeeg Robot, che hanno potuto beneficiare di una struttura narrativa più robusta, profonda e coesa. Come se in Copperman il racconto non decollasse mai veramente. O come se le indubbie potenzialità del soggetto, poste occasionalmente in risalto da qualche ripresa impostata con maggior cura e smalto visivo, non siano state sfruttate fino in fondo.
Ma chi è l’eroe eponimo, “Copperman”, cui dà vita nella seconda parte del film un Luca Argentero disposto anche ad indossare un’inedita, autarchica corazza di rame? C’entrano ovviamente i fumetti. Perché è proprio ad essi e ai bizzarri racconti della madre che il protagonista fa riferimento, sin da bambino, per compensare la dolorosa assenza del padre, costruendosi un mondo illusorio in cui replicare con mezzi di fortuna le qualità da supereroe che la mamma ha attribuito a un marito perduto chissà come. Ecco, il racconto cinematografico di Puglielli mescola sin dall’inizio uno sbilenco racconto di formazione costruito su traumi infantili, trovate da fumetto underground e i donchisciotteschi risvolti, dovuti al voler emulare l’eroismo di certi personaggi d’oltreoceano in una provincia italiana gretta e sonnacchiosa.
Finché Anselmo, il protagonista, non cresce, il cortocircuito tra una simile realtà e le fantasie di un bambino “diverso”, che a scuola ha bisogno dell’assistente di sostegno, si riflettono in un caleidoscopio di sketch dai cromatismi accesi e ben definiti, laddove il colore giallo ha quasi lo stesso valore (negativo) della kryptonite per Superman. Poi la cesura. Forse troppo netta. Perché il passaggio di Anselmo/Copperman/Luca Argentero alla vita adulta, oltre a proporci simpaticamente le gesta di uno stralunato “supereroe de noantri” ricoperto di rame, introduce una serie di figure non adeguatamente inserite nel contesto. Innanzitutto quei pazienti mentalmente disturbati, pronti a emulare le imprese del loro amico indossando tute altrettanto eccentriche, la cui vocazione da “Suicide Squad” non viene esplorata a sufficienza, restando troppo sullo sfondo. E volendo anche il “villain”, ma forse sarebbe più opportuno definirlo “villano” vista la sua collocazione campagnola, che Gianluca Gobbi impersona in modo quantomeno ruspante, appare di collocazione piuttosto incerta, risultando di volta in volta minaccioso, patetico, vile, iracondo, frustrato o semplicemente molesto.
Anche il continuo riferimento all’universo dei fumetti si dimostra a volte centrato e a volte pretestuoso, lasciando intravvedere intenzioni lodevoli (almeno rispetto a un sistema produttivo nostrano che raramente privilegia certi ambiti) ma anche una indecisione di fondo, che fa pendere progressivamente l’ago della bilancia verso gli orizzonti di un film per famiglie i cui contorni amarognoli (non mancano le soluzioni di sceneggiatura drastiche e persino crudeli) devono essere poi compensati da qualcosa di più zuccheroso. Fosse anche un primo piano del faccione tenero e quasi gommoso di Luca Argentero. Un approccio al weird e al fantastico solo in parte riuscito, quindi, per l’autore di piccoli cult come Dorme e Tutta la conoscenza del mondo, dal quale ci aspettiamo però a breve altri sussulti di vitalità. Specie se si considera che parallelamente a questo progetto, maggiormente orientato verso il mainstream, Puglielli ha saputo condurre in porto un lavoro di sicuro più personale come Nevermind, geniale agglomerato di nonsense, situazioni paradossali e derive grottesche, che purtroppo dopo alcuni passaggi festivalieri non ha ancora trovato spazio nelle sale.

Stefano Coccia