Conta su di me

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Amici per la pelle

Correva l’anno 2011 e il pubblico di tutto il mondo impazziva per una brillante commedia – ispirata a una storia vera – in cui veniva messa in scena una singolare amicizia tra un uomo appartenente all’alta borghesia, divenuto tetraplegico a causa di un incidente, e un ragazzo di colore, proveniente da ambienti alquanto malfamati, assunto come suo infermiere personale. Il lungometraggio in questione è il fortunato Quasi amici, per la regia dei francesi Olivier Nakache e Éric Toledano. Dato il successo di tale produzione, sono stati in molti a voler emulare una simile operazione, spesso anche in modo furbo, facendo leva sulla sensibilità dello spettatore e mettendo in scena un’universale apologia dei buoni sentimenti. Basti pensare, ad esempio, al mediocre lungometraggio Qualcosa di buono, diretto nel 2014 da George C. Wolfe, in cui veniva raccontata per immagini la singolare amicizia tra una donna affetta da sclerosi laterale amiotrofica e una giovane studentessa chiamata ad accudirla e con il sogno di diventare cantante. Eppure, al di là delle finalità che spingono cineasti e produttori a realizzare prodotti del genere, di storie simili nella vita di tutti i giorni ne sono accadute eccome. Una i questa, ad esempio, è quella dei giovani Daniel Meyer e Lars Amend, i quali, volendo raccontare le loro vicende personali, hanno scritto il romanzo “Dieses bescheuerte Herz: Über den Mut zu träumen”, da cui è stato tratto il lungometraggio Conta su di me, diretto dal tedesco Marc Rothemund e vincitore, al Giffoni Film Festival 2018, del Gryphon Award 2018 nella sezione Generator +13.

E così hanno preso vita sul grande schermo le vicende di Lenny – trentenne che ancora vive a casa con il padre e che sperpera tutti i soldi del genitore tra macchine di lusso e serate in discoteca – e di David, quindicenne affetto da una grave malformazione cardiaca che non sa nemmeno se arriverà mai al suo sedicesimo compleanno e che, fin dalla nascita, è stato affidato alle cure del padre di Lenny, uno stimato medico. Sarà proprio quest’ultimo a imporre al figlio di prendersi cura del ragazzo, al fine di dare un senso alla propria vita e di capire finalmente quali siano i veri valori.
Una storia interessante, questa messa in scena da Rothemund, senza ombra di dubbio. Eppure, nel momento in cui si decide di trattare argomenti del genere, il rischio di scadere nel già visto e in una pericolosa retorica è elevato alla massima potenza. A tal proposito, dunque, il regista è riuscito suo malgrado a infilare uno strafalcione dietro l’altro, sia eccedendo con la musica – sottolineando la componente strappalacrime dell’intera vicenda – sia con superflui virtuosismi (vedi, ad esempio, le repentine transizioni dal giorno alla notte e viceversa, nel voler sottolineare il tempo che scorre). Stesso discorso va fatto per quanto riguarda i dialoghi: spesso eccessivi, manieristi, addirittura prevedibili e superficiali.
Con una messa in scena del genere, il presente lungometraggio ha finito inevitabilmente per assumere un carattere prettamente televisivo, a scapito di una storia di per sé interessante, ingiustamente appiattita da una regia poco coraggiosa e incline a ogni qualsivoglia stereotipo del caso. Peccato.

Marina Pavido