Come ti ammazzo il bodyguard

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Il bianco e il nero

La “degenerazione” dei generi – perdonate il gioco di parole – è da tempo una realtà, a qualsiasi latitudine. Nel senso che il lavoro di contaminazione tra essi ha raggiunto livelli così alti da apparire ormai mera routine. La cosa non costituisce necessariamente un male, a patto che si dia spazio a sperimentalismi e nuove idee in costante aggiornamento. Questo Come ti ammazzo il bodyguard (attenzione al titolo italiano e al manifesto ufficiale, che promettono parodie e caricature non rispecchianti ciò che poi si vede sullo schermo…), ad esempio, potrebbe essere considerato un più che discreto esempio di crossover tra classico buddy movie e action survoltato, tanto iperbolico da far spontaneo ricorso ad umorismo spesso a segno ma anche di parentesi drammatiche che, in altri contesti, sarebbero considerate fuori luogo. Insomma, l’appassionato di film “sfasciatutto” basati su situazioni narrative improbabili che fungono da pretesto per scatenare un caos controllato potrà addirittura trovarvi elementi di una certa classe. Del resto l’orchestratore dietro la macchina da presa risponde al nome di Patrick Hughes, regista australiano fattosi notare col bel western d’esordio Red Hill nel 2010, poi prontamente cooptato dagli americani nel divertente senza pretese I mercenari 3 del 2014. Su tale scia si muove pure questo The Hitman’s Bodyguard (come recita il titolo originale), senza le vagonate di star presenti nel lungometraggio precedente ma in compenso con Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson in ottima forma a duettare da par loro come nei migliori film di coppia girati in tali ambiti.
Troviamo dunque i due su sponde diametralmente opposte. Il primo interpreta Michael Bryce, addetto alla sicurezza in vertiginosa ascesa fino ad un “drammatico” incidente di percorso che lo farà precipitare dalle classiche stelle alle notorie stalle. Il secondo è invece Darius Kincaid, inesorabile killer prezzolato detenuto nelle galere britanniche ma chiamato a testimoniare – un po’ inverosimilmente a dire il vero – ad un processo della corte europea contro un dittatore bielorusso (Gary Oldman) reo di crimini contro l’umanità. Per una questione di donne, i due, da acerrimi nemici, saranno chiamati a far comunella al fine di salvare la pelle dai numerosi sgherri del dittatore, organizzati assai meglio dell’Isis e disposti a tutto pur di non far arrivare il testimone in questione a destinazione. In Come ti ammazzo il bodyguard, prevedibilmente, le sequenze di pura adrenalina hanno gioco facile nel prevalere su quelle di raccordo, non troppo ispirate. Ma una volta elogiato il lavoro degli stuntmen, delle seconde unità di regia e del montatore, per fortuna resta anche altro su cui fermarsi un attimo. Tipo la naturalezza con cui si mostra nel film l’avvenuta concretizzazione del melting pot razziale. Bryce è disposto a prendersi una pallottola per salvare Kincaid. Entrambi hanno compagne appartenenti ad altre minoranze – addirittura una bollente Salma Hayek per il personaggio di Jackson – armate e pericolose che fungono da motore nemmeno troppo occulto dell’azione. E, per finire, il villain di turno è un bianco perfettamente caucasico. Si potrà anche obiettare che Come ti ammazzo il bodyguard vada talvolta persino troppo sopra le righe, ma non che sia il classico prodotto reazionario proteso a cavalcare un movimento ideologico preesistente nella realtà dell’era Trump. In aggiunta – e scusate se è poco – quel camion nero imbottito di esplosivo che fende la folla in quel de L’Aja, in una delle sequenza maggiormente spettacolari dell’intero film, tende a richiamare alla memoria fatti di cronaca sin troppo continui e recenti per non provocare un lungo brivido dietro la schiena.
In conclusione Come ti ammazzo il bodyguard, infarcito di pertinenti flashback che aumentano l’empatia spettatoriale nei confronti dei due protagonisti, è un’opera certamente derivativa, con citazioni a bizzeffe – notare quella finale, presa di peso da The Untouchables di Brian De Palma (1987) – ma anche dotata di una propria unicità. Fattore che ne rende la fruizione assai piacevole anche per coloro che amano un cinema maggiormente pacato nei toni.

Daniele De Angelis