Cold War

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Rapsodia in bianco e nero

La Polonia post-bellica torna ad essere lo sfondo del cinema di Paweł Pawlikowski. Paese grigio, per certi versi funereo, dove la ricercatissima fotografia in bianco e nero cara all’autore pare quasi nobilitare, rendendoli meno amari e opprimenti, i mesti orizzonti del cosiddetto socialismo reale. Un po’ come nel precedente Ida, già Oscar per il Miglior Film Straniero, ma a nostro avviso con una incisività narrativa leggermente minore. In ogni caso anche per Cold War l’accoglienza è stata finora piuttosto lusinghiera, essendo stato selezionato il film per rappresentare la Polonia ai premi Oscar 2019 ed avendo ricevuto al Festival di Cannes 2018 il premio per la Miglior Regia.
Del resto sulle doti registiche di Pawlikowski, rispetto alle quali qualche sospetto di eccessivo compiacimento è pure legittimo, dovrebbe esserci un consenso diffuso: Cold War è per inciso la conferma di un’attenzione rara per la messa in quadro, nonché per certe atmosfere icastiche e pregnanti. Ciò che colpisce della storia, invece, è il rappresentare così bene un autore diviso, anche a livello biografico, tra due mondi. Paweł Pawlikowski lasciò presto la Polonia comunista, trasferendosi in Occidente a 14 anni. Prima in Germania, poi Italia e infine in Gran Bretagna, dove il suo approccio alla settima arte ha inizialmente coinciso con documentari di notevole levatura: un timbro, quello acquisito in ambito documentaristico, che sembra ripercuotersi positivamente sulle stesse opere di finzione da lui successivamente girate, caratterizzate infatti da descrizioni ambientali indubbiamente “cariche” che risuonano all’unisono con le vite dei personaggi.

Il tramite di questa sospensione tra mondi paralleli e contrapposti è, in Cold War, l’amor fou che lega un musicista insofferente alle costrizioni del regime (interpretato dal fascinoso Tomasz Kot) e un’ambiziosa cantante di provincia (la seducente Joanna Kulig già apprezzata in Ida), attratti reciprocamente ma profondamente divisi, almeno all’inizio, riguardo all’idea di riparare in qualche paese dell’Europa occidentale. Quasi una variazione sul tema di A Star Is Born, con epicentro però negli angusti corridoi ideologici di una realtà sociale corrosa, fin nell’intimità dei più basilari rapporti umani, dallo stalinismo.
La dicotomia introdotta nel film, il sentirsi divisi tra un “dentro” e un “fuori” di natura sia geografica che esistenziale, ha poi un elegante rispecchiamento nelle differenti scelte musicali che fanno da contraltare al racconto. La prima mezz’ora di Cold War, narrativamente la più compatta e riuscita, rappresenta anche un bel percorso etnomusicologico, alla riscoperta delle tradizioni musicali dell’Est Europa. I condizionamenti della politica si faranno però sentire subito. Con il malinconico esilio del protagonista a Parigi la colonna sonora metabolizza invece quelle coloriture jazz, che oltre a creare atmosfera assicurano un timbro più nervoso e irrequieto alla narrazione. Si moltiplicano peraltro i salti temporali. Ed è forse proprio nelle forzose accelerazioni narrative, nelle continue ellissi, in quegli snodi importanti cui viene attribuito un carattere eccessivamente rapsodico, che la presa emotiva di Cold War rischia di affievolirsi, rivelando nei frangenti più melodrammatici qualcosa di artificioso. Per approdare poi a un epilogo senz’altro brusco, nella sua essenza tragica, tale comunque da compendiare in poche, intensissime, finanche liriche inquadrature la così amara e disillusa parabola della coppia protagonista.

Stefano Coccia