Climax

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Danza macabra

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2018, l’ultimo lavoro del regista ribelle Gaspar Noé, Climax, ambientato nel mondo della danza. La prima scena, i provini dei ballerini di una compagnia visti in uno schermo televisivo attorno al quale sono riposte videocassette. Tra queste Possession, Zombi, Suspiria, Un chien andalou. Un’immagine che ci rimanda a un mondo vintage, che affonda negli anni Novanta, cruciali per il regista. Che fa confluire nel 1996 il centro propulsore di questo film, l’anno del primo vinile dei Daft Punk, dell’uscita di L’odio con Vincent Cassel, iniziatore di una certa tendenza nel cinema francese.

Se le provocazioni, gli eccessi del cinema di Gaspar Noé sono in genere motivati, hanno un substrato teorico, almeno dichiarato, nelle intenzioni, in Climax si fa fatica a trovarne uno, e lo stesso regista non si sbilancia in tal senso. Ma è il titolo stesso a fornire la chiave di lettura, Climax è un crescendo inarrestabile, una deflagrazione dei sensi, degli istinti primordiali, della paura, della sessualità. Ed è proprio la danza a fornire la struttura di base. Come un ritmo martellante continuo, che si accresce e si riempie, come una coreografia ininterrotta, dove quella vera e propria della danza si trasmette nell’energia palpitante di massacri e violenze, e di orge. Non è così anche uno spettacolo di danza che non segue una linea narrativa, bensì suggestioni del coreogragfo che si traducono in passi e movimenti astratti? Climax è questo, e non vuole dichiaratamente essere nulla di più, un trip allucinatorio, lisergico, un viaggio nella follia spogliato di qualsiasi sovrastruttura. La gratuità diventa il senso stesso del film.
Dopo il prologo con i provini, di cui sopra, i danzatori si trovano in uno spazio prove per lavorare allo spettacolo che hanno in cantiere. Il primo segmento del film è proprio questo, uno lingo momento di danza puro. Noé lo riprende creando un ulteriore spettacolo cinematografico coerente con il dinamismo dell’oggetto. Inquadrature spesso sghembe, rivoltate, ribaltamenti, immagini sottosopra, secondo prospettive escheriane. E questi stile proseguirà anche per il resto del film. Il punto di svolta di Climax è incentrato nella figura dell’addetta al buffet, una ragazza con bambino appresso, dei ballerini, che prepara loro una sangria per ristorarli dalle fatiche. Qui il film vira all’incubo, l’energia ritmica degenera in improvvisa violenza, la ragazza viene accusata di aver messo LSD nella sangria, cosa che sembra pure improbabile. E prima ancora che si percepisca appieno la direzione in cui sta andando il film, la ragazza rinchiude a chiave il suo figlioletto in uno sgabuzzino, per metterlo al sicuro da quello che i ballerini potrebbero fargli. Una tragedia in qualche modo già scritta, già prevista, nella sua illogicità, facendosi beffe della coerenza narrativa.
Noé cita come si è detto alcuni classici. Suspiria per l’ambientazione in un gruppo di danza. Che sia Climax il vero remake del classico di Dario Argento invece di quello di Luca Guadagnino? Un remake che non ricopia il film ma ne riproduce il senso, le sensazioni, l’andamento, mettendo a nudo il tutto, riproducendo la pura struttura. E anche la famosa scena raccapricciante del parto del mostro di Isabelle Adjani in Possession con passi di danza, diventa pure un paradigma ulteriore di Climax, che propone invece un aborto autoeseguito con il coltello. Il film di Andrzej Żuławski  è amato molto da Lynch, che pure è il regista che Noé prende a modello. E in generale i film citati appartengono al repertorio degli incubi cinematografici più devastanti a partire dal primo di questi, il surrealista Un chien andalou. Incubi che Noé non omaggia ma filtra e distilla facendoli propri.

Giampiero Raganelli