Cinquanta sfumature di rosso

0
4.0 Awesome
  • voto 4

Storielle dalla Stanza Rossa

Con tutta probabilità la furbissima trilogia delle Cinquanta sfumature – tratta dal fenomeno editoriale, altrettanto scaltro, partorito da E.L. James (pseudonimo della londinese Erika Leonard) – ha innestato una sorta di fraintendimento generale, soprattutto nella critica. La quale non ha compreso la natura prevalentemente basica e persino favolistica del discorso narrativo. Ci sono infatti due giovani – per l’appunto Anastasia Steele e Christian Grey: lei non particolarmente abbiente, lui ricchissimo – intenzionati a coronare, come in ogni lieta novella che si rispetti, il loro sogno d’amore. In quest’ottica il terzo ed ultimo capitolo della serie possiede l’indubbio merito di chiarire definitivamente ogni dubbio in proposito. Mettendo da parte una trasgressione sessuale di mera facciata (possibile che le manette suscitino ancora scandalo?) che non impressiona ormai nemmeno una platea under 14, già avvezza a ben altro su qualsiasi rete generalista, non resta appunto che mostrare un percorso di vita nel lusso fatto apposta per suscitare ammirazione e invidia nei confronti di coloro che anelano un siffatto tenore di vita. Dopo essere diventati moglie e marito in apertura di questo Cinquanta sfumature di rosso (il colore della passione?) – ma il titolo originale recita, con molta più sincerità, Fifty Shades Freed, ovvero Cinquanta sfumature liberate – la neo coppia effettua infatti spostamenti a Parigi, in Costa Azzurra, nella rinomata ed elitaria Aspen in Colorado eccetera, eccetera. Che poi qualsiasi favoletta pseudo-romantica preveda anche qualche spina per ravvivare l’atmosfera, tutto ciò rientra a pieno titolo nella casistica. Per l’occasione provvede il personaggio di Jack Hyde (un cognome meno scontato era impossibile da trovare?), il quale aveva giurato vendetta ad Anastasia in particolare già in Cinquanta sfumature di nero e che prova a compiere i suoi turpi piani con dinamiche degne dello stratega della Banda Bassotti, tanto per mantenere un filo di ilare suspense in questo aggiornamento di Pretty Woman in versione sado-maso light.
Se invece si vuole parlare di cinema, rispetto al capitolo precedente c’è purtroppo da registrare la totale abdicazione del regista James Foley verso qualsiasi consapevolezza di aver realizzato un film tipicamente “usa e getta”, fattore quest’ultimo che venava di toni piuttosto divertenti il complesso di Cinquanta sfumature di nero. Nell’occasione, attraverso i corpi levigati e standardizzati di una Dakota Johnson sempre meno sensuale e di un Jamie Dornan versione manichino da sfilata, si vorrebbero mettere in scena le nuove frontiere dell’erotismo 2.1 con una messa in scena che scimmiotta quella da spot e videoclip adottata a suo tempo da Adrian Lyne nell’oggetto di culto postumo 9 settimane e 1/2; ma lì il lungometraggio era sostenuto da autentici sex symbol come Kim Basinger – in Cinquanta sfumature di rosso presenza sfortunatamente solo evocata – e Mickey Rourke, mentre qui abbiamo solamente ologrammi privi di qualsivoglia tridimensionalità.
Operazione di sterile sofismo, poi, quella di cercare significati reconditi in un filmetto da situazioni e dialoghi imbarazzanti dove le idee vengono evitate come la peste proprio per scongiurare il pericolo che il pubblico possa in qualche modo attivare le cosiddette cellule grigie. Cinquanta sfumature di rosso si fa infatti volontariamente beffe di ogni grido di ribellione, molto attuale nel periodo, in nome dell’emancipazione femminile per approdare alla verità più conservatrice possibile nel campo: il fine ultimo della donna, dopo aver donato piacere al maschio e ricavato qualcosina pure lei, è sempre la procreazione. Anno 2018. Donald Trump governa gli Stati Uniti e il mondo, gongolando con soddisfazione di fronte allo spettacolo ancora destinato a grandi incassi. E vissero (quasi) tutti felici e contenti in location stile Mulino Bianco. Come noto ambientazione ideale, nel mondo dei sogni pubblicitari, dove far crescere la propria progenie.

Daniele De Angelis