Cinquanta sfumature di nero

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5.0 Awesome
  • voto 5

L’amore ai tempi del masochismo

Ingannevole è il titolo più di ogni altra cosa. Soprattutto per coloro i quali, passando dalle sfumature di grigio a quelle di nero (nella versione originale darker, cioè più scure), si sarebbero aspettati un sostanziale incremento delle perversioni esibite rispetto al capitolo precedente. Valutazione sulla carta corretta ma errata nella sostanza. Perché Cinquanta sfumature di nero altro non è che un furbissimo mix tra melodramma e commedia, condito persino da un pizzico di thriller. Un’operazione, insomma, talmente debordante nella sua ricerca frenetica e ostinata del kitsch più grezzo da risultare persino, in qualche momento, irresistibilmente divertente. Impossibile dunque non farsi venire il sospetto che tale esito sia stato voluto, almeno in parte. Del resto il cambio di indirizzo artistico (si fa per dire, ovviamente…) al timone è evidente. Stante l’ispirazione dovuta al secondo romanzo della benemerita – per il suo portafoglio – E. L. James, dalla “dilettante allo sbaraglio” Sam Taylor-Johnson, palesemente incapace di fornire di un autentico punto di vista femminile il suo Cinquanta sfumature di grigio (2015), si è passati al veterano James Foley in cabina di regia. Il risultato della transizione è evidente: Cinquanta sfumature di nero abbandona qualsiasi velleità (pur maldestra) di analisi psicologica dei personaggi per venire decisamente incontro alle esigenze di un pubblico bulimico che pretende una contaminazione di generi per saziare, senza soverchi complessi di colpa, i propri appetiti voyeuristici. Ecco allora confezionato un fotoromanzo in versione extra lusso, in grado di contenere materiale narrativo buono per una decina di film impegnati ma che lascia decantare il tutto in una superficialità sin troppo evidente.
Anastasia Steele (ancora la pochissimo sensuale, personalissimo parere di chi scrive, Dakota Johnson), per gli amici Ana  – e già s’immagina il proliferare dei doppi sensi con una consonante in più alla fine… -, ha trovato un lavoro presso una prestigiosa casa editrice e pare sulla via della completa emancipazione dalla turbolenta relazione con il plurimiliardario Christian Grey (sempre Jamie Dornan, buon attore nell’occasione pessimamente utilizzato). Si reca alla mostra fotografica di un suo amico dove scopre di essere l’oggetto femminile degli scatti. Un assai poco misterioso compratore acquista tutte le fotografie. Perché “nessuno deve vederti oltre me”. Siamo daccapo ed è solo l’inizio di una serie di dialoghi alternativamente in grado di suscitare riso sfrenato o latte alle ginocchia, a seconda dei punti di vista. Sul fatto che i ricchi sfondati siano molto spesso belli e perversi è verità scolpita nella pietra, almeno secondo la morale del film. Quindi parte un’estenuante trattativa tra Ana e Christian su ciò che sia lecito fare o non fare, beninteso in ambito sessuale, al fine di migliorare un rapporto che non può basarsi esclusivamente sulla sottomissione del sesso debole – e pure molto meno benestante – in confronto al potentissimo di turno. E ci sarebbero tutti gli estremi per un bel dramma di lotta di classe con battaglia dei sessi incorporata in quel di Seattle, pulsione che Foley smorza in una favoletta sentimentale dal vago sapore – eccezion fatta per qualche sequenza (poco) erotica molto più intuibile che esplicita – persino disneyano. C’è pure una “strega”, la maliarda Kim Basinger, antico sex symbol anni ottanta tuttora affascinante, nei panni più o meno del pigmalione sessuale di Grey in passato ed ora gelosa del suo rapporto con Ana. In aggiunta un ex sottomessa dal capitalista sull’orlo della follia, che vorrebbe Christian tutto per sé ed un boss di Ana molto portato alle molestie, figura che certamente avrà il suo peso nel terzo e già previsto capitolo. Ma il vero amore, meglio se condito da un pizzico di masochismo che fa tanto radiografia sentimentale da nuovo millennio, come in ogni parabola sentimental-hollywoodiana che si rispetti non potrà che trionfare, nonostante le traversie e le incomprensioni.
Cinquanta sfumature di nero è un lungometraggio che guarda, inevitabilmente, al passato. A quel periodo in cui Foley esordiva – con i notevoli Amare con rabbia (1984) e A distanza ravvicinata (1986) – venendo considerato uno dei nomi nuovi dell’allora cinema americano che guardava allo stile degli ex pubblicitari britannici come Ridley Scott, Adrian Lyne e Alan Parker. Tenendo presente i concetti base di un modus operandi fondato sì sulla perfezione formale ma anche sulla solidità delle storie raccontate. Un mix allora sorprendente che Foley prova a replicare adeguandolo ai tempi. Il risultato prevede una compilation di sequenze slegate tra loro e prive di un montaggio sensato, arricchite da una colonna sonora di successi. Ma il modello 9 settimane e 1/2 resta davvero lontano nel tempo, in tutti i sensi. Rimane la “tenerezza” per un prodotto realizzato senza qualsivoglia residuo di pudore (cinematografico) di sorta. Simpatia che però si raffredda al pensiero della vagonata di dollari che Cinquanta sfumature di nero incasserà in giro per il mondo. Mutando in sovrana perplessità.

Daniele De Angelis