Cinema Novo

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Punto di fuga

Cinema in fuga prospettica. Le prime immagini del bel documentario (anche se come vedremo più avanti il termine, in questo caso, è quantomeno riduttivo) di Eryk Rocha, figlio del grande Glauber e a sua volta regista ispirato, si legano tra loro aggredendo a passo di corsa il ricordo di quel Cinéma Nôvo del quale proprio Glauber Rocha ha rappresentato una delle voci più significative, assieme all’apripista Nelson Pereira dos Santos e ai vari Joaquim Pedro de Andrade, Ruy Guerra, Carlos Diegues, Leon Hirszman, Walter Lima Jr. e Humberto Mauro. Tutti ricordati abbondantemente nel film. Ma sono quelle corse iniziali, quelle fughe, quei tentativi talvolta disperati di lasciarsi qualcosa alle spalle, che estrapolati ad arte dalle opere degli autori testé citati vengono ad inquadrarne subito lo spirito, la folgorante necessità, l’anelito a una libertà spesso negata dalle circostanze economiche, politiche e sociali.

Omaggio a un nucleo di artisti che seppero coalizzarsi in Brasile contro un sistema produttivo omologato e contro un susseguirsi di dittature sempre più feroci, Cinema Novo – Un film di Eryk Rocha ha avuto la sua prima nazionale a Roma proprio nella cornice militante dell’Apollo 11, la sera del 5 marzo, in concomitanza con una tavola rotonda di altissimo livello che ha visto la partecipazione di Pedro Armocida, attuale Direttore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, Adriano Aprà, ex Direttore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e teorico del Critofilm, Bruno Torri, tra i fondatori della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, ex Presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici e attuale Presidente del Comitato Scientifico della Mostra, Paolo Minuto di Cineclub Internazionale, nelle vesti di distributore del film, ed il giovane e appassionatissimo Giacomo Ravesi, Direttore Artistico “Racconti dal Vero” di Apollo 11. A loro si è poi aggiunto, evocato dai moderni mezzi di comunicazione, lo stesso Eryk Rocha, che dal Sudamerica ha così rivolto il suo saluto al pubblico italiano.
Oltremodo sincera ed emblematica è questa attenzione all’Italia, considerando che tanto il padre Glauber che altre figure importanti del Cinéma Nôvo hanno avuto rapporti significativi con il nostro paese, esperienze di studio come anche partecipazioni ai vari festival (tra cui quella Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro così ben rappresentata in sala), passando per una recezione critica che in ambito europeo ha avuto eguali forse soltanto tra gli intellettuali transalpini. Non a caso nella sua lunga introduzione Bruno Torri, oltre a ricordare la grande carica ideologica e politica di quel cinema in cui venivano brillantemente coniugate finalizzazioni estetiche e utilità sociale, ha giustamente menzionato i primi incontri con Glauber Rocha e con altri grandi cineasti latinoamericani avvenuti nel 1960 al Festival di Santa Margherita Ligure, grazie a un Gianni Amico (autore nel 1967 di Tropici) che di quel movimento è stato in qualche modo parte integrante.

Illuminanti anche le testimonianze di Adriano Aprà. E a lui si deve pure l’approfondimento di quel concetto di Critofilm, di film-saggio, che va ben oltre la concezione classica del documentario e ne estende la portata in direzione di quelle opere cinematografiche, moltiplicatesi negli ultimi anni, che alla storicizzazione, alla teorizzazione e alla raccolta stessa dei materiali sovrappongono visioni autoriali talvolta molto forti. In parallelo ci è tornata in mente la splendida esperienza visiva costituita da Final Cut – Ladies and Gentlemen dell’ungherese György Pálfi. Ma per restare maggiormente nel seminato, è proprio quello firmato da Eryk Rocha uno degli esempi più attinenti, strutturati e ricchi di intuizioni, in cui l’idea di Critofilm si è di recente incarnata: il così voluttuoso e avvolgente editing concepito dal cineasta brasiliano, nel suo dipanarsi tra frammenti di opere diverse, interviste ai protagonisti dell’epoca (accanto ai brasiliani si intravvede anche un giovanissimo Bellocchio) e dichiarazioni degli stessi autori, crea un sentiero che non è rievocazione nostalgica o cronachistica, ma attualizzazione di poetiche profonde. Lo stesso montaggio sonoro, forse la più sottile e rivelatrice tra le tracce proposte, contribuisce a saldare in maniera personale le scene selezionate, fino a proporre una visione coerente ma al contempo vitale, aperta, in continuo movimento verso chissà quale punto celato all’orizzonte.

Stefano Coccia