Bohemian Rhapsody

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Toccare il cielo con un dito

L’attesa è finita e come tutte le grandi attese che si rispettino anche quella della pellicola in questione si è fatta carico di una sostanziosa dose di curiosità mista ad entusiasmo e paura. Un cocktail di emozioni, questo, assolutamente fisiologico che solo la visione dell’oggetto del desiderio di turno è in grado di soddisfare. Del resto quando di mezzo c’è una leggenda e un nome scritto a caratteri cubitali nella storia della musica e non solo, la posta in gioco è altissima, alla pari delle responsabilità che crescono in maniera esponenziale quadruplicandosi, quanto basta per fare tremare i polsi al regista di turno. Nel caso di Bohemian Rhapsody, il biopic/ritratto dedicato a Freddie Mercury e ai Queen, l’attesa è stata anche piuttosto lunga, per non dire spasmodica e persino logorante. Dall’annuncio dell’esistenza di un progetto da parte di Brian May all’uscita nelle sale (in Italia a partire dal 29 novembre con 20th Century Fox) di anni ne sono trascorsi quasi otto, con tutta una serie di avvicendamenti davanti e dietro la macchina da presa, divergenze, beghe legali, licenziamenti e ritiri (ultimo quello di Bryan Singer, allontanato dal set, con Dexter Fletcher richiamato d’urgenza per chiudere un film nel quale comunque non è accreditato), che ne hanno rallentato e messo in discussione la lavorazione. Ma come si dice, meglio tardi che mai.

Querelle a parte, la pellicola è approdata finalmente sul grande schermo e con la firma di Singer, quest’ultima però non ha per quanto ci riguarda dato i frutti sperati. Come è accaduto spesso per altre operazioni analoghe anche Bohemian Rhapsody è il risultato di una serie di compromessi che hanno a che vedere con la cristallizzazione e il volere preservare l’integrità del Mito e delle figure leggendarie ad esso legate indissolubilmente. Il final cut dell’ultima faticosissima pellicola del cineasta newyorkese va proprio in questa direzione, pagandone nostro malgrado le conseguenze. Fatti, eventi, azioni e reazioni, ma soprattutto il disegno del profilo esistenziale di quello che indubbiamente non poteva che essere il baricentro del racconto, ossia il frontman Freddie Mercury, sono romanzati ed edulcorati in maniera sin troppo evidente. Risultato una biografia scritta e trasposta con i guanti bianchi. E la prima responsabile sul quale puntare il dito è proprio la sceneggiatura, portatrice e mera esecutrice di una volontà chiara di seguire una linea morbida, fintamente rispettosa di quello che è stato e che non avrebbe minimamente intaccato la grandezza di una band e di artisti che hanno con la loro musica scritto pagine importanti. Lo sceneggiatore Anthony McCarten ha messo nelle mani di Singer nient’altro che una cronaca romanzata di una gloriosa scalata sull’Olimpo del rock consumata nell’arco di quindici anni, che va dalla leggendaria apparizione dei Queen nella scena londinese nel 1970 sino all’indimenticabile performance al Live Aid nel luglio del 1985. Concerto quello che apre e chiude una timeline che preferisce lasciare fuori anche gli anni che porteranno alla morte di Mercury a causa dell’AIDS. Scelta condivisibile o no e che asseconda l’idea base di un’opera che vorrebbe mettere al centro unicamente la storia della band, ma che giocoforza si trova costretta ad ampliare l’orizzonte drammaturgico e narrativo al cammino parallelo compiuto dal suo leader in cerca di una propria identità. Questa nel film è delineata solo a grandi linee (il rapporto non idilliaco con la figura paterna e le sue origini parsi, quello affettivo con Mary Austin e la sessualità di Mercury). Ci rendiamo conto che per approfondirla ci sarebbe voluta una durata superiore, ma uno sforzo maggiore in quella direzione avrebbe sicuramente giovato e donato al film molta più verità.

Ciò che resta è un film che riflette come altri simili – tra alti e bassi – sul concetto di icona e sui temi universali intorno al quale normalmente si sviluppa. Il tutto stretto tra le maglie di un racconto cronologicamente ciclico agli estremi (il Live Aid) e lineare nel mezzo (le tappe più significative dell’ascesa, compresi i tour in giro per il globo, la genesi di alcuni celebri brani e la reunion post separazione dovuta al tentativo da solista di Mercury), con le lancette dell’orologio che da prima corrono, in seguito decelerano per soffermarsi sugli highlights chiave, per poi ripartire incespicando qua e là sino al gran finale, che resta insieme alla mimesi di Rami Malek nei panni di Mercury la nota positiva di un’orchestrazione che non soddisfa quanto avrebbe dovuto. Chi si accontenta gode direbbe qualcuno, ma noi – e penso tanti altri come noi – dal film ci aspettavamo tanto e ben altro. Semmai se c’è un godimento èquello sonoro, con la possibilità dei nostalgici di turno (noi compresi) di riascoltare in fila quanto di magnifico la band britannica ha partorito e che non stiamo qui ad elencare, ma per quello non bisogna recarsi al cinema perché ci sono le casse degli impianti stereo di nuova e vecchia generazione a restituirne la straordinaria potenza e bellezza.

Francesco Del Grosso