Blade Runner 2049

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Un vivido ricordo

Los Angeles, 2049. Le lacrime di Roy Batty, il replicante Nexus 6 di Blade Runner, sono state ormai assorbite da una metropoli sovraffollata e al culmine della decadenza, battuta da piogge incessanti e intrisa di fumi maleodoranti. Tra il grigiore degli edifici e le asettiche luci al neon si stagliano, immensi, i limpidi ologrammi pubblicitari che stimolano i sensi e alimentano le disillusioni di individui solitari alla ricerca di un’identità.
In Blade Runner 2049 “K” (Ryan Gosling) è un neo cacciatore di replicanti Nexus 8 che lavora per il dipartimento di polizia di Los Angeles. Durante un intervento di routine, l’agente entra in contatto con Sapper Morton (Dave Bautista), testimone di un evento “miracoloso” in grado di cambiare la percezione che l’essere umano ha dei replicanti, sfruttati come schiavi nelle colonie extra-mondo.
Aiutato nell’indagine dal Tenente Joshi (Robin Wright), “K” oltrepassa la soglia della roccaforte di Niander Wallace (Jared Leto), il cieco magnate che ha acquisito i resti della Tyrell Corporation per realizzare androidi “perfezionati”. Uno di questi è Luv (Sylvia Hoeks), replicante di ultima generazione che lavora per Wallace e che condurrà di proposito l’agente “K” verso Rick Deckard (Harrison Ford), il blade runner scomparso nel 2020.
Se nella pellicola di Ridley Scott è Deckard a incarnare il vacillamento ontologico provocato dal contatto con un simulacro totale, nel sequel diretto da Denis Villeneuve è il personaggio interpretato da Gosling a rappresentare sul grande schermo la sindrome di Olimpia, non per via di un replicante, bensì a causa dell’esistenza di Joi (Ana de Armas), un’intelligenza artificiale potenziabile e quasi onnipresente che assiste “K” in ogni faccenda. Questa scelta attesta l’intenzione del regista di voler espandere la mitologia cyberpunk del film precedente attraverso l’inserimento di nuovi contenuti che arricchiscono l’opera.
Blade Runner 2049 è infatti un progetto molto ambizioso che omaggia la pellicola del 1982, a partire dalla colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, ma che al contempo oltrepassa i confini del noir hard-boiled e della fantascienza, sfociando in riflessioni metafisiche sull’importanza cruciale della memoria e del ricordo quali elementi fondativi di un passato che nasconde verità scomode. In Blade Runner regnava un’atmosfera nichilista, ricca di scetticismi e ambiguità, mentre nel film di Villeneuve i personaggi sono costretti a respirare lentamente prima di dover affrontare una realtà che non ammette affermazioni sibilline.
Nel tentativo di spiegare ogni singolo aspetto la sceneggiatura curata da Hampton Fancher e Michael Green tradisce inevitabilmente l’aura di mistero e di indefinita natura che ammanta il tessuto narrativo del primo capitolo, partorendo spesso dialoghi didascalici o tutt’ al più inconcludenti. Ma dal punto di vista puramente estetico, con Blade Runner 2049 si è di fronte a un miracolo visivo, grazie alle scenografie curate nei minimi dettagli di Dennis Gassner e alla fotografia di Roger Deakins, ricca di sovrapposizioni, proiezioni e chiaroscuri che riflettono lo sguardo intimo e personale del regista, creando un amalgama che sfiora la perfezione.

Andrea El Sabi