Blade of the Immortal

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

100 di questi film, Mr. Miike

Manji, il rōnin protagonista di Blade of the Immortal, l’ultimo film di Takashi Miike presentato Fuori Concorso al Festival di Cannes 2017, ha ucciso 100 samurai ed è per questo noto come l’assassino dei 100 uomini. Con Blade of the Immortal, Miike ha invece raggiunto il traguardo del centesimo film, qui sotto l’ala del leggendario produttore Jeremy Thomas. Paragonarsi a uno spadaccino, a un artigiano della katana, e considerare ogni sua opera come un omicidio non deve suscitare meraviglia per un autore provocatorio come lui. E Miike, dopo 13 Assassins e Hara-Kiri: Death of a Samurai torna al jidaigeki, il genere di film di cappa e spada giapponese, torna a quell’epoca Edo che può essere considerata il fulcro della sua concezione del mondo. Il periodo storico del Giappone (1603-1868) che pose fine alle guerre civili e che coincise con un lungo momento di pace. Metafora per Miike del mondo attuale dove pure in uno stato complessivo di non belligeranza, albergano gli istinti primordiali, quella violenza sempre latente che deve trovare uno sbocco, che rappresenta il fulcro dell’attenzione del regista. Violenza che in Blade of the Immortal raffredda: in un film che è un tripudio di amputazioni, e tranciamenti, Miike evita sempre o quasi l’effetto grand guignol del fiotto di sangue tipico del cinema giapponese. Se ne intravede appena solo qualcuno alla fine, mentre se ne vede il risultato, le pareti imbrattate di sangue. Fa parte di quella sobrietà paradossale di un regista votato all’eccesso, come quando usa il 3D senza indulgere in effetti spettacolari. That’s Miike! E allo stesso tempo rientra in quella dimensione irreale, da fumetto, parossistica. Piedi, mani si amputano che è un piacere ma volendo possono anche rinsaldarsi come succede al protagonista.
In Blade of the Immortal è centrale la rivalità tra i diversi dojo, le scuole di spada. Uno dei personaggi racconta di essere stato espulso dal proprio per aver usato armi improprie. E anche Miike, adattando il manga di Hiroaki Samura, usa armi improprie, tanto nella ricostruzione storica che nel canone del genere. Aggiunge al jidaigeki giapponese un tocco del wuxia cinese, nella facilità acrobatica di alcuni combattimenti dove i personaggi quasi magicamente lievitano. E del jidaigeki mette in scena gli stereotipi propri già del genere all’epoca del muto. Lo spadaccino solo che combatte contro interminabili orde di samurai avversari, sgominandoli o arrivando quasi a sgominarli prima di soccombere ed esalare l’ultimo respiro solo dopo aver venduta carissima la pelle, raggiungendo così quel sentimento tipicamente nipponico di nobiltà della sconfitta. Situazioni che Miike ricrea con il suo tipico parossismo, i duelli reiterati fino all’inverosimile. E nella donna spadaccina tornano tanto Lady Snowblood che la derivativa Beatrix di Kill Bill.
Miike mette in scena poi una serie di archetipi della drammaturgia classica nipponica e delle storie di samurai. Il tema della vendetta anzitutto, che si rinnova di generazione in generazione, e che collega vari personaggi in simmetrie interne. La vendetta principalmente riguarda l’uccisione della sorella di Manji e poi quella di Rin contro il clan rivale che ha ucciso i suoi famigliari. I giuramenti di fedeltà e i conflitti classici tra i concetti di giri e ninjo, dovere e sentimento. I nomi stessi di alcuni personaggi suonano come richiami, Manji che è il nome della croce buddista, Asano, nome di una casata nobiliare, Asano era il lord vendicato dai 47 rōnin nella popolare leggenda. Ma tutto ciò è inframmezzato un’estetica inventiva, da samurai punk, costumi e armi fantasiosi, persino una rielaborazione dal design modernista dello shamisen, il mandolino giapponese, che accompagna alcune scene con le sue classiche note. E Miike gioca anche sul contrasto tra colore e bianco e nero, costruendo tutto il lungo incipit in scala di grigi, virando al colore dopo la prima vendetta.
Con Blade of the Immortal, Takashi Miike si rinnova tutta la vitalità del suo cinema, pur soffiando la centesima candelina.

Giampiero Raganelli