Black Tide

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Problematici adolescenti

Dopo i successi di La vita sognata degli angeli (1998) e Julia (2008), sono dovuti passare altri dieci anni prima che il regista e sceneggiatore francese Érick Zonca tornasse nuovamente dietro la macchina da presa. Dieci anni che, dopo una lunga attesa, ci hanno regalato, questa volta, Black Tide, un thriller dal cast ricercatissimo e dalla singolare ambientazione. E la Francia, si sa, in fatto di thriller e noir (giusto per voler essere precisi, di polar, per l’esattezza), sin dai tempi di Henri-Georges Clouzot ha fatto scuola in tutto il mondo. Sulla carta, dunque, questo ultimo lavoro di Zonca si preannuncia fin da subito assai interessante.

La storia messa in scena è quella di François Visconti, un poliziotto burbero e alcolizzato, il quale – ancora innamorato della ex moglie e costantemente alle prese con il figlio adolescente – è stanco e sfiduciato nei confronti della vita, per lui ormai priva di stimoli. Almeno fino a quando non gli viene affidato il caso di Dany Arnault un ragazzo di sedici anni misteriosamente scomparso. Le indagini sul caso saranno seguite passo passo anche dal signor Bellaile, professore di francese di Dany che abita nel suo stesso palazzo e che, sin dal primo momento, sembra destare in François non pochi sospetti.
Apparentemente di semplice risoluzione, questo lavoro di Zonca è, in realtà, molto più complesso e stratificato di quanto possa inizialmente sembrare. Ciò di cui – attraverso il caso del ragazzo scomparso – il regista vuole mettere in scena è, in realtà, il difficile rapporto genitori-figli, soprattutto quando questi ultimi raggiungono l’adolescenza. E così, su due binari paralleli, scorrono le vicende del protagonista insieme al proprio figlio alle prese con problemi di droga e, in contemporanea, il caso del ragazzino scomparso e della sua problematica famiglia, con tanto di sorellina disabile e di padre quasi sempre assente, a causa del proprio lavoro.
Un lavoro, dunque, inizialmente ben strutturato e ben calibrato, che, tuttavia, si fa immediatamente incompiuto, nel momento in cui, di punto in bianco, il discorso riguardante il figlio del protagonista viene lasciato ingiustificatamente in sospeso, per non essere mai più ripreso. Un errore di sceneggiatura, questo, che ha fatto perdere parecchi punti all’intero lungometraggio, dove, come fiore all’occhiello, troviamo i numerosi – riusciti e mai gratuiti – ribaltamenti finali, con tanto di professore di francese (impersonato magistralmente da un irriconoscibile Romain Duris) che, alla fine dei giochi, si è rivelato molto più sfaccettato e interessante di quanto inizialmente ci era stato fatto credere.
Discorso a parte va fatto per quanto riguarda la singolare ambientazione: la piccola e grigia cittadina francese in cui la vicenda ha luogo. A collegare il palazzo del ragazzino scomparso e del suo professore con il resto della città, v’è un bosco. Attraverso questo bosco numerose persone camminano ogni giorno, in quanto unico tramite con ogni servizio pubblico. Tale, misteriosa, inquietante e affascinante location è anche il posto in cui, di notte, ci si sente più liberi di dar sfogo ai lati più nascosti della personalità e, con tutto il suo significato simbolico, si classifica di diritto come uno degli elementi maggiormente riusciti dell’intero lavoro.

Marina Pavido