Black Panther

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7.0 Awesome
  • voto 7

Africa’s Hero

Ormai è un assunto conclamato: tutti i lungometraggi supereroistici targati Marvel si posizionano una spanna sopra non solo di altri prodotti affini ma spiccano nel panorama generale del cinema d’intrattenimento. Non poteva sfuggire alla regola nemmeno Black Panther, primo superuomo di colore nato dalla penna dalla penna del nume Stan Lee e dal disegno del mitico Jack Kirby negli anni sessanta, diretto nella trasposizione cinematografica dal golden boy Ryan Coogler (classe 1986!), già autore dell’interessante ed impegnato Prossima fermata Fruitvale Station (2013) nonché approdato a meritata fama globale dopo aver diretto Creed – Nato per combattere (2015), a tutt’oggi ultima apparizione cinematografica dell’iconico Rocky Balboa stalloniano.
Anche Black Panther, al pari delle opere precedenti di Coogler, non rifugge diversi aspetti sociali, provando a mantenere un non facile equilibrio con l’ovvia spettacolarità richiesta dalla materia. I non adepti al fumetto troveranno affascinante la prospettiva di partenza, cioè un immaginario paese centro-africano – il regno di Wakanda – tecnologicamente avanzatissimo per l’abbondante presenza di un minerale, il vibranio (di fantasia anch’esso), straordinariamente resistente a qualsiasi urto. Una nazione che si finge povera come gli altri paesi sub-sahariani per non condividere le proprie scoperte con il resto del mondo. Quasi un ribaltamento totale di una realtà che vede il continente nero sfruttato sino all’osso dal colonialismo occidentale, la cui cattiva coscienza prosegue ancora oggi mascherata da altre attività e storicamente responsabile dello stato di povertà in cui versano i paesi in questione. Ovviamente Coogler, anche cosceneggiatore di Black Panther, non si spinge sino ad un j’accuse del genere ma il messaggio contenuto tra le righe risulta piuttosto esplicito. Ed è proprio T’Challa, l’eroe del titolo, ad incarnare i valori di modernità una volta posizionatosi sul trono del paese, ereditato dopo la scomparsa del padre. A lui si contrappone Erik Killmonger, altro originario di Wakanda ma esule per il mondo e coinvolto in traffici criminosi, aspirante al trono ma con l’idea fissa di far valere la superiorità di Wakanda con la forza sull’intero pianeta.
Black Panther pencola abilmente tra la spy story iniziale in stile Mission: Impossible di Brian De Palma – citato piuttosto apertamente nella macro-sequenza del casinò a Busan in Corea del Sud – ed il dramma con velleità shakespeariane, una volta che scivola nei dintorni della lotta intestina tra i due rivali che si scoprirà uniti da altri vincoli, attraverso un avvincente uso di una narrazione biforcata tra presente e passato operata da Coogler. Unici piccoli limiti da segnalare: una durata un po’ eccessiva (due ore e quindici circa) appesantita da una certa ripetizione nelle sequenze d’azione e una certa mancanza di carisma da parte dell’eroe, sia pure ben interpretato da Chadwick Boseman. Carenza quest’ultima assolutamente compensata dalla chiarezza del messaggio propugnato da T’Challa: aprirsi al resto della comunità internazionale per usare la straordinaria ricchezza di Wakanda come strumento di riscatto per ogni minoranza nera presente nel mondo. In controluce, nelle dichiarazioni d’intenti dei due pretendenti al trono, si possono dunque leggere due visioni del mondo radicalmente opposte, dal punto di vista statunitense: semplificando al massimo quella “obamiana” di una grande potenza leader assieme al resto del mondo e quella “trumpiana” di una nazione intenzionata ad usare la propria forza per affermare il suo status di superiorità. Indovinate quale delle due istanze prevarrà alla fine della contesa?
Non resta allora che la finzione, sia essa proveniente da fumetto o dal cinema, per vagheggiare un’utopia che troppo spesso pare irraggiungibile nella realtà. Così Black Panther dimostra, ancora una volta, come sia possibile coniugare su grande schermo divertimento e idee senza mai scivolare nel didascalismo fine a se stesso. Di T’Challa e della sua efficientissima squadra prevalentemente declinata al femminile – altro aspetto da non sottovalutare affatto, a maggior ragione nel presente che viviamo – risentiremo parlare a più livelli, questo è sicuro…

Daniele De Angelis