Black Mirror

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L’orrore dietro uno schermo

Mezzo secolo è passato da quando una serie antologica come Ai confini della realtà riscriveva l’immaginario fantastico di mezzo mondo mettendo in scena incubi e paure fino a quel momento incapaci di ritagliarsi uno spazio nelle rappresentazioni collettive degli spettatori. Cinquant’anni dopo, abbandonato il tubo catodico e i suoi spauracchi, è da un altro schermo che fa i primi passi la serie che più di ogni altra ha saputo raccogliere – almeno per intenti e portata – quell’eredità, diventando l’emblema di un presente fotografato senza alcuno sconto.
Black Mirror, ripresa proprio la struttura (episodi autoconclusivi con una forte e controversa idea alla base) che aveva decretato il successo del suo predecessore, dal folgorante debutto del 2011 sul canale inglese Channel 4 fino all’approdo su Netflix con due ultime acclamate stagioni e un discusso film interattivo, è da subito un fulmine a ciel sereno, capace com’è di intercettare i paradossi delle moderne tecnologie creando, attraverso la maschera di un prodotto di fantascienza mai così prossimo al presente e alle sue derive etiche, sociali e antropologiche, universi distopici estremamente plausibili e vicini a noi.
Sì, perché è la tecnologia il nuovo incubo di Black Mirror (e, per riflesso, della contemporaneità), specchio oscuro e spesso deformato di una realtà divenuta terreno fertile per nuovi paradossi, nuove dinamiche, nuovi incubi.
Dall’inarrestabile potere di un’opinione pubblica amplificata all’inverosimile dalle tendenze social del primo episodio (The National Anthem), è infatti inarrestabile la parabola della serie, una serie che scruta tendenze e fenomeni spesso già entrati nel nostro quotidiano, tra ossessioni voyeuristiche per le immagini (The Entire History of You) e manie di controllo (Arkangel, diretto da Jodie Foster), dipendenza da social network (l’episodio Nosedive, con Bryce Dallas Howard, uno dei più interessanti del nuovo corso Netflix) e alienazione (la parodia di Star Trek di USS Callister), il tutto declinato in storie drammatiche, grottesche e paradossali sorrette, spesso e volentieri, da una struttura forte e complessa (l’episodio speciale White Christmas, forse il migliore dell’intera serie) che non disdegna, all’occorrenza, la contaminazione con altri generi, fino a toccare (improbabili) derive action (Men Against Fire) o postapocalittiche (Metalhead).
Uno sguardo impietoso che è anche la cronaca di una mutazione antropologica oramai inarrestabile, capace di farsi, col tempo, oggetto stesso della propria narrazione, paradossale prodotto di tendenza (che cos’è, del resto, l’acclamato San Junipero se non, prima di tutto, la messa in abisso della nostra ossessione nostalgica per tutto ciò che è passato e vintage?) e motore (forse) per distopie future.
Parte da questa idea, del resto, lo stesso esperimento di Bandersnatch, prodotto in cui, tanto sul piano narrativo quanto su quello interpretativo, è proprio il coinvolgimento interattivo a divenire il tema portante, nucleo tematico all’interno di un labirinto di scelte che è soprattutto un meccanismo a scatole cinesi, dove la libertà non è che un miraggio, sia per i protagonisti che per gli spettatori (divenuti, nel frattempo, utenti a pieno titolo), un ribaltamento prospettico che fa di questo stesso film una vera e propria innovazione. Se distopica o no, è ancora da vedere.
Tra orrore e paranoia, Black Mirror, nel giro di una manciata d’anni, ha saputo così rispecchiare, a volte opacamente a volte con una nitidezza agghiacciante, le contraddizioni del presente e di un rapporto – quello tra uomo e tecnologia, tra reale e digitale, tra corpo e macchina – divenuto sempre più complesso e sfaccettato, entrando a gamba tesa nel dibattito contemporaneo su questi temi e influenzando non poco tutto il genere fantascientifico e distopico a venire. Fino a farci scorgere, in quell’immagine riflessa, qualcosa che ancora non sapevamo su noi stessi, qualcosa che, al di là di tutto, non può che farci paura.

Mattia Caruso