Black is Beltza

0
7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il passo del gigante nero

Dopo la vittoria di Handia nella passata edizione, il cinema basco si è riaffacciato prepotentemente nella competizione del Noir in Festival con la speranza di bissare il successo ottenuto nel 2017 dalla pellicola firmata a quattro mani da Jon Garaño e Aitor Arregi. A tentare di aggiudicarsi il Black Panther Award è stato chiamato Black is Beltza di Fermín Muguruza, sbarcato nella kermesse lombarda dopo aver avuto l’onore di chiudere lo scorso settembre il festival di San Sebastián. E la proiezione in quel di Milano ci ha consentito di gustarci in anteprima internazionale un film del quale, purtroppo, ancora non si ha nessuna traccia nei listini delle distribuzioni nostrane. Staremo a vedere se proprio la visione nella città meneghina e un eventuale riconoscimento possono in qualche modo smuovere le acque in tal senso.

Nel frattempo, l’opera prima del cineasta iberico ha potuto mettere in vetrina le sue indubbie qualità, ereditate dalla graphic novel omonima scritta da Muguruza insieme a Harkaitz Cano e illustrata da Jorge Alderete nel 2014, della quale è la trasposizione cinematografica. Un processo, quello di trasferimento dalle tavole allo schermo, che ha conservato intatte l’essenza narrativa e in primis la veste visiva. Da una parte, in Black is Beltza ci ritroviamo catapultati al seguito di Manex, uno dei giovani incaricati di trasportare a New York uno dei tipici pupazzi giganti che si vedono sulle strade di Pamplona durante le feste di San Firmino. Peccato che quello che gli è stato affidato è di colore e non a tutti è permesso di esibirsi sulla Quinta Strada. A causa della discriminazione razziale, infatti, le autorità americane escludono i giganti neri dalla parata. Ma Manex non se ne fa una ragione tanto da recarsi oltreoceano per provare a vedere con i propri occhi e ascoltare con le proprie orecchie le reali motivazioni di quel rifiuto. Nel corso di questo lungo e inaspettato viaggio, l’uomo osserverà da molto vicino eventi cruciali della storia: le rivolte scatenate dall’assassinio di Malcolm X, le eccentricità della Factory, l’alleanza tra i servizi segreti cubani e le pantere nere, i primi festival di musica hippy e psichedelici.

Ne viene fuori un pirotecnico e vorticoso road movie che in un autentico tour de force dalla Spagna farà scalo a New York, Los Angeles, Havana, Tijuana, Montréal e Algeri. Il tutto ambientato in un periodo particolarmente caldo, ossia la seconda parte degli anni Sessanta, reso incandescente tra gli altri dalle forti tensioni razziali, dai Blocchi, dalla dittatura di Franco, dalle ferite della Guerra Fredda, dal Vietnam, dalla Guerra dei Sei Giorni e dalle guerriglie in Bolivia. E dunque è inevitabile che sulla timeline e nel racconto della quale si fa portatrice trovino spazio a oltranza i giochi di potere, il KGB, la CIA e il Mossad, ma anche i movimenti di liberazione nati in tutto il mondo, le droghe psichedeliche, la libertà sessuale e la rivoluzione dell’orgasmo e, soprattutto, la musica di Otis “Redding: Respect”.

Le pagine della storia con la “S” maiuscola e una serie di elementi romanzati finiscono così con il mescolarsi senza soluzione di continuità tanto nello script quanto nella sua messa in quadro. Quest’ultima genera a sua volta un’avvincente opera rock che penetra nella mente e nel cuore dello spettatore frullando come una pallina impazzita scaraventata in un flipper. Design visivo che nel suo prendere forma e sostanza sullo schermo richiama in causa la matrice originale, aggiungendo ad essa l’elemento cinetico che le mancava quando le sue strisce erano cristallizzate nel fumetto. In Black is Beltza, Muguruza regala ad esse una dinamica, delle voci (tra le tante si contano quelle di Sergi López e Rossy De Palma), una compilation inarrestabile di musiche di accompagnamento e un ritmo serrato che ti tiene incollato alla poltrona sino all’epilogo. Il tutto attraverso una maionese impazzita di animazioni bidimensionali che alla dominante a colori affianca di volta in volta tecniche miste (il bozzetto o l’acquerello), soluzioni di montaggio (double screen), citazioni qua e là (in primis a Kill Bill), ma anche una serie di suggestioni che riportano la mente del fruitore a Valzer con Bashir e ad un mix di tavolozze di Guido Crepax, Milo Manara e Hugo Pratt (Corto Maltese).

Francesco Del Grosso