Bernardo Bertolucci secondo il Cinema: un ritratto

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Da Pasolini al Mondo e ritorno

Eviteremo, scrivendo di Bernardo Bertolucci, tutte le iperboli che si sono sprecate in queste ore. Maestro, Imperatore (dal film che lo ha consacrato alla fama mondiale), Sommo Poeta. Probabilmente nemmeno le avrebbe gradite. Da personaggio brillante, ironico che è stato. Potremmo parlare, a suo riguardo, di un’esistenza segnata. Figlio di uno dei maggiori letterati del Ventesimo Secolo, Attilio Bertolucci, Bernardo ha respirato sin dai primi vagiti quell’humus culturale che – direbbe Jean Renoir – permea positivamente l’imprinting dell’individuo. Avrebbe potuto diventare scrittore di successo, oppure pittore, scultore o qualcosa d’altro. Ha scelto il Cinema. Meglio: forse la Settima Arte ha scelto lui. Decisiva la conoscenza con Pierpaolo Pasolini, di quasi vent’anni più grande. La fame di esprimersi, di confrontarsi con la realtà, spinge Bernardo a misurarsi con la regia sin da giovanissimo, con un esordio folgorante come La commare secca (1962), scritto proprio con Pasolini stesso e Sergio Citti. E le influenze si sentono tutte. La passione politica, altro elemento costitutivo del Bertolucci-pensiero, si affaccia con maggiore evidenza nell’opera seconda Prima della rivoluzione (1964). Una riflessione a cuore aperto sulla contraddizione insita nell’appartenenza alla borghesia e la militanza nel Partito Comunista, al tempo veicolo di tante speranze. Il tutto filtrato dalla componente melodrammatica di una storia d’amore travagliata. Il Cinema al suo massimo, insomma. A ventitre anni di età siamo già al punto di una fusione armonica e inscindibile con la macchina da presa, con la stessa a farsi punto d’osservazione della società circostante. Lo stretto legame tra Storia e Politica torna anche nei successivi Il conformista e Strategia del ragno, entrambi realizzati nel 1970. Prima della rottura di qualsiasi convenzione. Perché Bertolucci, con Ultimo tango a Parigi (1972), sente impellente la necessità di abbattere, in un colpo solo, due bersagli di rilievo: l’ipocrisia borghese e ogni tabù sessuale sull’amore da rotocalco. Il risultato, come ben si sa, è un pugno nello stomaco per la società benpensante di allora. La libera espressione artistica viene linciata, vituperata, sequestrata e messa al rogo nel 1976, per essere poi riabilitata solo nel 1987. Lo stesso Bertolucci viene denunciato per offese alla morale. Un rischio che valeva assolutamente la pena di correre. Perché il Cinema, soprattutto in determinati periodi storici, al pari delle altre forme d’Arte, può e deve essere usato anche come grimaldello per scardinare lo status quo. A guardarlo adesso Ultimo tango a Parigi fornisce l’esatta misura della lungimiranza del proprio autore, nonché della fatica insita in qualsiasi forma di cambiamento così radicale dei costumi.
Da questo punto parte la seconda fase della carriera di Bertolucci, con una risonanza mondiale ormai acquisita. Il fluviale, eccezionale, Novecento (1976) è forse l’opera cinematografica, Fellini ci perdoni, che sceglieremmo per rappresentare un ipotetico compendio di Storia tricolore attraverso la Settima Arte. Al di là del cast internazionale (De Niro, Depardieu) e i soldi spesi per una coproduzione di altissimo livello, il respiro bramoso del Cinema si affaccia ad ogni inquadratura, imprimendo a Novecento una forza inaudita che rende questa storia ancora di politica e amore qualcosa di unico. Un affresco senza uguali che penetra nel dna storico del nostro paese con una profondità a dir poco insondabile. A questo punto, dopo gli interlocutori ma comunque pregnanti La luna (1979) e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), Bernardo Bertolucci è pronto a salire su un altra dimensione, quella planetaria dei nove Oscar ottenuti da L’ultimo Imperatore (The Last Emperor, 1987). Ed è sempre il Cinema a dettare i ritmi di questa evoluzione: poiché se da un lato l’autore perde in emozione nel dettaglio, dall’altro la magniloquenza della messa in scena esplode in un’opera che rimane una gioia per lo sguardo senza tralasciare i sottotesti politici tanto cari al proprio autore.
Il viaggio internazionale prosegue con lo splendido – e sottovalutato, in virtù degli allori ottenuto con l’opera precedente – melodramma Il tè nel deserto (The Sheltering Sky, 1990) dal romanzo di Paul Bowles. Gran duetto attoriale (Debra Winger e John Malkovich) per un lungometraggio capace di rendere l’ambientazione esotica un terzo e determinante personaggio occulto. Sempre con la forza di una regia mai scontata. Il terzo passo verso un cinema di risonanza planetaria è anche quello maggiormente malfermo. Piccolo Buddha (Little Buddha, 1993) risente infatti di un’aura sin troppo universale nel convenzionale approccio con un’altra religione, dando vita ad un’opera certamente ambiziosa ma dal nemmeno troppo vago sapore disneyano. Urge un ritorno alle origini, all’opera “minimale” che presti maggiore attenzione all’intimità dei personaggi piuttosto che al quadro d’insieme. Scelta che si concretizza con due progetti uno migliore dell’altro come Io ballo da sola (Stealing Beauty, 1996), intellettuale saggio sulla bellezza fisica e morale, e soprattutto con L’assedio (1998), quasi un aggiornamento del rapporto di coppia – scritto non a caso con sua moglie Claire People – a distanza di ventisei anni da Ultimo tango a Parigi ma con una leggerezza di contenuto e messa in scena capace di provocare brividi di piacere.
Ancora un sentito e personale omaggio al cinema fondamentale della Nouvelle Vague è The Dreamers (2003), dove, nell’ambientazione francese, Bertolucci mette in scena un commovente ed esplicito coming of age attraverso Cinema, Sesso e Politica, ovvero le tre pulsioni principali per cui la vita vale la pena essere vissuta secondo l’autore. L’ultimo lavoro dell’autore parmense, già malato, è un piccolo film intimista, Io e te (2012), girato ad altezza della seggiola a rotella su cui era confinato. Un altro ritratto di crescita, tra mille difficoltà, da parte di un adolescente con il quale Bertolucci, eterno ragazzo, empatizza e si identifica attraverso la magia della macchina da presa.
Forse sarà necessaria un’ulteriore rivisitazione post-mortem per affermare con certezza l’ingresso di Bernardo Bertolucci, scomparso il 26 novembre 2018 a Roma a settantasette anni, nell’Olimpo dei grandissimi della Settima Arte assieme a John Ford, Howard Hawks, Stanley Kubrick, Ingmar Bergman, François Truffaut e pochi altri eletti. Non che la cosa sia di particolare rilevanza per stabilirne la grandezza. Ma quello che è certo, per dirla alla Bob Dylan, è che Bertolucci, adesso, sta bussando con insistenza alle porte di questo specialissimo Paradiso.

Daniele De Angelis