Benvenuto in Germania!

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6.0 Awesome
  • voto 6

Voglio adottare un profugo!

La questione dell’integrazione razziale contiene molti punti di vista e altrettante ipocrisie, nel predicare bene e razzolare male. Ad ogni latitudine dell’opulento occidente. Deve averlo capito bene anche il regista tedesco Simon Verhoeven, che ha scritto e diretto questo Benvenuto in Germania!, risalente al 2016 ma distribuito solo ora nel nostro paese; dove la tematica, se possibile, è attuale e scottante in misura persino maggiore dei nostri colleghi europei, vuoi per posizione geografica che per cronica incapacità politica a cercare soluzioni al problema.
C’è però da mettere un po’ tutti sull’avviso: Benvenuto in Germania! è una commedia tipicamente mainstream – non a caso produce la divisione tedesca della Warner – con tutti gli annessi e connessi del caso. Cioè buona confezione, interpretazioni adeguate ma anche una perniciosa tendenza a giocare d’accumulo tra i vari generi che fa oscillare in modo talvolta maldestro quello che avrebbe dovuto essere il baricentro “morale” di un lungometraggio in teoria satirico nel prendere di mira le contraddizioni insite nella buona borghesia made in Germany. Facciamo comunque conoscenza degli Hartmann, variegata famiglia più che benestante con marito primario chirurgo in rinomato ospedale e moglie insegnante appena andata in pensione. Figlio manager in carriera e figlia ultratrentenne indefessa studentessa universitaria. S’intuisce subito che dalla noia esistenziale della capofamiglia Angelika (la rediviva Senta Berger, peraltro madre del regista, ancora donna di fascino nonostante le settantasette primavere), abbinata alla sua ferma volontà di fare qualcosa “per quella povera gente”, scaturirà qualcosa di tellurico per una famiglia da sempre abituata a nascondere la polvere sotto il classico tappeto delle apparenze. La simbolica mina vagante si materializza in Diallo Makabouri, mite profugo nigeriano che viene ospitato giocoforza dalla famiglia in questione. Tutto ciò che ne segue è facilmente prevedibile, tra equivoci a ritmo frenetico e squarci di verità capaci di farsi largo in corso d’opera.
Non manca in Benvenuto in Germania! un ritmo apprezzabile e qualche situazione comica azzeccata – tipo il “casting” per la scelta del rifugiato da adottare – in cui la cattiveria instillata da Verhoeven al proprio film riesce a palesarsi in modo chiaro; il problema di fondo è però il non riuscire a mantenere una coerenza di fondo tra le varie sottotrame sentimentali, thriller (Diallo inopinatamente scambiato per terrorista dalle autorità locali) e persino politiche – i rigurgiti nazionalisti sempre presenti – che il film tenta di approfondire. Ne viene fuori un effetto bulimico che alla lunga distoglie l’attenzione dello spettatore, inficiando in parte un risultato che altrimenti sarebbe rientrato alla perfezione nella media di un buon prodotto commerciale. Del resto diamo atto all’eclettico Verhoeven di saper imbastire con una certa disinvoltura opere di discreta tenuta spettacolare, come dimostrato con il coevo horror Friend Request, anche questo fortemente critico nei confronti dei pericoli insiti nella moda dei social network. In Benvenuto in Germania!, passando decisamente ad un altro genere, si alza l’asticella delle intenzioni senza però che le ambizioni vengano supportate da una narrazione univoca. Il risultato è un film che, come sovente succede in questi casi, prova ad accontentare tutti i gusti possibili e immaginabili senza riuscire ad appagarne nessuno, anzi lasciando un neppure troppo vago sapore di qualunquismo al termine della visione. Si ride insomma degli Hartmann ma non scattano quegli interrogativi che una commedia veramente acre avrebbe dovuto suscitare: come si comporterebbe chiunque di noi vivendo a stretto contratto con un estraneo dalla pigmentazione differente? Quesito che Benvenuto in Germania! sacrifica senza soverchi sensi di colpa, al pari di quelli rimossi da parte dei cosiddetti benpensanti ivi ritratti verso le sofferenze altrui, nel nome di un intrattenimento per palati non esattamente raffinatissimi.

Daniele De Angelis