Benvenuti a Marwen

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7.0 Awesome
  • voto 7

Fantasia unica via

Marwen è un minuscolo borgo belga assediato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Si erge a sua difesa l’eroico capitano statunitense Hogie, affiancato da un gruppo di agguerrite fanciulle locali. Peccato però che Marwen sia solamente un luogo virtuale, ricostruito in scala dal protagonista: si anima infatti solo nella mente dell’artista Mark Hogancamp, costretto in qualche modo a “translare” in loco la realtà effettiva a seguito di una brutale aggressione subita che gli ha pure provocato una totale perdita di memoria.
Robert Zemeckis, dall’alto di una carriera costellata di successi commerciali, dimostra per l’ennesima volta un’attrazione pressoché irresistibile verso le figure eccentriche, quelle che gli consentono di sovrapporre con studiata metodicità i voli pindarici della fantasia al funzionamento della cosiddetta Macchina Cinema. Sempre tenendo ben in evidenza, all’interno di tale discorso teorico, l’importanza inderogabile del fattore umano. Sulla carta, riguardo questa sua ultima fatica dal titolo Benvenuti a Marwen, sussisteva qualche elemento di perplessità a monte del progetto. In primo luogo l’uso della performance capture e della computer graphic ad illustrare il microcosmo immaginario del personaggio principale, come sempre ottimamente interpretato da Steve Carell. Ciò perché si stenta a considerare lavori perfettamente riusciti i precedenti lungometraggi in cui Zemeckis ha utilizzato tale tecnica, tipo Polar Express (2004), Il comunque suggestivo La leggenda di Beowulf (2007) o A Christmas Carol (2009). La differenza, nel caso di questa sua ultima fatica, la fa decisamente la separazione formale tra, appunto, realtà ed immaginazione, con la prima raccontata in live action e solo la seconda in termini, per così dire, “artificiosi”. Il parallelismo tra fantasia e cinema fuoriesce così, da Benvenuti a Marwen, in modo spontaneo, senza troppi fronzoli metatestuali. Ed è proprio questo, allo stesso tempo, il pregio ed il limite di questa accattivante favola antropologica da leggere in chiave squisitamente psicoanalitica: molto elaborata e ben costruita visivamente, con bambolotti e bambole che prendono significativamente vita nella testa del protagonista e davanti agli occhi dello spettatore, ma forse troppo intellegibile ad un secondo livello, quello relativo alla morale contenuta all’interno del lungometraggio stesso. Il quale altro non è che un piacevole racconto sulla riconquista di se stessi attraverso il superamento del dolore, sull’importanza di separare le due dimensioni trattate nel film per poi riuscire a cogliere le opportunità che si presentano nella vita reale. Tutto, insomma, sin troppo chiaro e sottolineato. A partire dalla figura femminile di Nicol (impersonata da Leslie Mann), da vicina di casa appena arrivata nella realtà ad oggetto del desiderio del protagonista nel composito universo di Marwen. Dove non manca, nell’epilogo, persino un’auto-citazione sotto forma di macchina del tempo a quattro ruote (non una DeLorean, ovviamente, trattandosi di film differente), sequenza narrativa che Zemeckis archivia frettolosamente quasi a volere prendere un’ultima presa di distanza dal proprio illustre passato cinematografico.
Senza raggiungere i vertici qualitativi di The Walk (2015), opera in cui il simbolico processo di simbiosi tra Zemeckis ed il funambolo Philippe Petit raggiungeva vertigini – non solo fisicamente – davvero impensabili, anche di questo Benvenuti a Marwen va comunque apprezzato il coraggio di aver tratto, peraltro da una storia incredibilmente vera già sviscerata nel pluripremiato documentario Marwencol (2010) di Jeff Malmberg, una sorta di film-puzzle in costruzione dalle dubbie potenzialità al botteghino ma in possesso della fascinazione tipica di quegli oggetti cinematografici magari troppo poco “estremi” per divenire culto e però in possesso di quell’aura un po’ misteriosa che solamente le favole autentiche, quelle prive di omissioni della loro cupezza di fondo, riescono ad esibire.

Daniele De Angelis