Baby Driver – Il genio della fuga

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

L’amore in cuffia

A metà anni novanta il giovane Edgar Wright rimane folgorato dall’ascolto di Bellbottoms, una canzone dei John Spencer Blues Explosion. All’epoca il regista ventiduenne non aveva ancora diretto la Trilogia del Cornetto (L’alba dei Morti Dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo), ma dopo aver ascoltato il brano blues rock del trio americano, Wright ha pensato che sarebbe stato perfetto per una sequenza di inseguimento automobilistico.
Il car chase che apre Baby Driver – Il genio della fuga è sicuramente uno dei più adrenalinici segmenti action degli ultimi anni, prologo di una pellicola che non ha nulla da invidiare all’amatissimo Mad Max: Fury Road, l’ibrido apocalittico con cui George Miller ha ridato lustro al genere cinematografico per eccellenza, rielaborando l’atavico preliminare tra cacciatore e preda.
L’ultima fatica di Wright non ha nulla di distopico, ma non è nemmeno un british divertissement come i lavori precedenti, sostenuti soprattutto dal sarcasmo di Simon Pegg e Nick Frost, attori feticcio e amici di lunga data del regista. Il sesto lungometraggio dell’autore di Scott Pilgrim vs. the World è invece un romantico heist movie altamente ipercinetico e ipertrofico, in cui il ritmo sfrenato è scandito dalla propulsione drammaturgica della musica, metronomo compulsivo del film e della vita del protagonista.
Baby (Ansel Elgort) è un enfant prodige delle quattro ruote che si divide tra ore spensierate in compagnia del padre adottivo sordomuto e pericolose fughe a tutto gas. A causa di un debito da saldare con Doc (Kevin Spacey), un insospettabile boss della malavita, il piccolo asso del volante deve fare da chauffeur a rapinatori senza scrupoli.
Affetto da acufene per colpa di un incidente, Baby copre il sibilo continuo che lo tormenta dall’infanzia con le melodie preferite riprodotte a tutto volume dalle cuffiette dei suoi preziosi iPod, da cui non si separa nemmeno durante gli inseguimenti.
Con Baby Driver – Il genio della fuga Wright plasma un vero e proprio musical d’azione oscillando con abilità tra gravitas e leggera ironia, tra corse al cardiopalma e lunghi piani sequenza, coadiuvato da un frenetico montaggio perfettamente allineato al sonoro per tutta la durata della pellicola, firma autoriale di un regista/sceneggiatore ingegnoso e sensibile.
Quando, però, l’amore del protagonista per Debora (Lily James), ingenua cameriera di un diner stile anni Cinquanta, diventa la probabile ancora di salvezza per Baby da un mondo a cui non appartiene, il regista preme l’acceleratore e sbanda nel tentativo di rincorrere il modello Bonnie e Clyde. Calcando lievemente la mano su dialoghi e narrazione, inoltre, Wright spezza l’equilibrio raggiunto tra autenticità e citazionismo, tra realtà e immaginario, mentre alcuni personaggi subiscono repentini cambiamenti di rotta nel finale.
Per fortuna il ricco comparto attoriale, dal talentuoso Elgort al carismatico Spacey, passando per gli ottimi Jamie Foxx e Jon Hamm (interpreti di Bats e Buddy, i due pilastri della banda di ladri), riesce a riportare il film in carreggiata verso un orizzonte fiabesco e malinconico.

Andrea El Sabi