Azougue Nazaré

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Maracatu rider

Produttore del film Neon Bull, visto a Orizzonti nel corso della Mostra di Venezia 2015, Tiago Melo esordisce ora nella regia di un lungometraggio, Azougue Nazaré, presentato nel Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo del 28° Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Con il film veneziano ha in comune un viaggio antropologico tra le sacche di cultura primordiale che permangono in tante parti di quell’immenso e caleidoscopico paese che è il Brasile, che sopravvivono ritagliandosi a stento uno spazio nella modernizzazione e nell’omologazione globale. Se in Neon Bull l’oggetto era rappresentato dai mandriani che stanno per essere cancellati dallo sviluppo del settore tessile in quel nord-est del paese caro al Cinema Novo, in Azougue Nazaré siamo ancora nella stessa area geografica, nello stato del Pernambuco, dove sopravvive l’arte dello spettacolo di danze e musiche afro-brasiliano del maracatu, che risale all’epoca della schiavitù. Una pratica bollata come peccaminosa dalle autorità ecclesiastiche incarnate dal pastore evangelista del film, figura ambigua che si scopre aver avuto un passato proprio di maestro di maracatu.

Sono un gruppo di amici del paese, la cittadina di Nazaré de Mata vicino a Recife, quelli più infervorati con il maracatu, legati tra loro da rapporti di intensa amicizia virile e da uno spirito cameratesco. Persone che durante il giorno svolgono i lavori più comuni, come il ferramenta o il bidello. E tra loro c’è anche il figlio del pastore, il loro più tenace oppositore, che si ribella al padre. Capaci di intavolare lunghi dialoghi in un loro particolare gergo, come un rap ritmato in samba, con liriche improvvisate proprio come la tradizione i contadini toscani. Vanno allo stadio nella curva degli ultrà, o in spiaggia a corteggiare le belle ragazze, o scorrazzano in moto come centauri nelle stradine di campagna che attraversano le coltivazioni di canna da zucchero, il che ci fa tornare in mente tanta nostra controcultura. Eppure non gli appartiene la mentalità machista più retriva, tanto è vero che il corpulento Tiao veste tranquillamente abiti femminili, come una drag queen, nel suo alter ego maracatu. La cultura patriarcale è quella incarnata dal pastore, padre autoritario e abusatore sessuale.
Lo scontro messo in scena nel film tra la religione cristiana evangelica e la pratica carnevalesca del maracatu è in fondo tra le derivazioni di due culture imposte, legate al colonialismo e allo schiavismo. Il maracatu infatti nasce tra gli schiavi come pratica per stabilire il proprio capogruppo, il tramite per i colonizzatori portoghesi cui impartire ordini. Eppure, pur nella sua implicita connotazione di sottomissione, questa forma di folklore mantiene comunque un legame con le origini ancestrali africane, a differenza della cultura cristiana di matrice europea. Dall’altra parte abbiamo quindi una religione del libro, sbeffeggiata nella figura del pastore, invasato castigatore dei costumi che considera il maracatu alla stregua di una pratica demoniaca, ma che si rivela essere un uomo frustrato e ambiguo, anche perché convertito per qualche ignoto motivo, lui per primo ha un passato di maestro di maracatu. Proprio la sua disinvolta manipolazione del verbo, il cardine delle religioni del libro, per biechi fini sessuali, nei confronti di persone incolte, rappresenta la grande satira del film nei confronti della morale cristiana. La Bibbia è uno strumento di potere, e al suo interno si può trovare o interpretare tutto e il suo contrario. E lo scontro di culture coinvolge anche il piano metafisico, la razionalità occidentale viene messa in crisi dai fenomeni magici, misteriosi, inspegabili che avvengono nella comunità: la scomparsa di alcune persone. Non però una divisione manicheista, la magia voodoo imbriglia anche la corrente elettrica, prodotta da una tecnologia. E in fondo non c’è forza oscurantista che tenga, in Brasile, di fronte al rito del carnevale, che vede tutta la comunità, anche chi non è maracuta, unirsi a confezionare costumi e addobbi coloratissimi. Tiago Melo racconta una storia che parte dalla realtà, sconfinando nel documentario. E allo scopo utilizza attori non professionisti, uomini del popolo, gente comune, coinvolgendo anche un autentico gruppo maracuta.

Giampiero Raganelli