Autopsy

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9.0 Awesome
  • voto 9

C’era una volta una bella addormentata…

Parafrasando la celebra fiaba tradizionale europea, ricordata soprattutto nella versione di Charles Perrault (1697) e in quella dei Fratelli Grimm (1812), si può effettivamente paragonare, con le dovute licenze poetiche, questa sorprendente pellicola del regista norvegese André Øvredal alla famosa parabola della bella principessa dormiente.
Dopo essere stato presentato con successo, raggranellando anche diversi premi, al Toronto International Film Festival, al Fantastic Fest e a Sitges, The Autopsy of Jane Doe giunge finalmente anche in Italia con il titolo di Autopsy. Titolo semplificato e ridotto, forse anche a causa del fatto che non tutti siano a conoscenza della pratica d’uso comune in America di assegnare ai cadaveri non identificati il nome fittizio di Jane Doe in caso di donne e John Doe in caso di uomini.
La storia inizia portandoci immediatamente sul teatro di un’efferata e bizzarra scena del crimine in cui avviene anche il ritrovamento del corpo di una donna semi-sepolta nel seminterrato. Il cadavere è quello di una bellissima sconosciuta, trasportato immediatamente nell’obitorio privato di una piccola cittadina americana gestito da Tommy Tilden (Brian Cox) e da suo figlio Austin (Emile Hirsch). Non presentando ferite evidenti, la causa della morte è un enigma che lo sceriffo vorrebbe vedere risolto entro la mattina successiva.
Fin da subito l’aspetto della ragazza colpisce visivamente come uno squarcio di luce accecante, un corpo dal pallore cadaverico spettrale ma che risplende di luce propria, silente ma che sprigiona una vitalità prorompente, che quasi sembra trovarsi a suo agio nell’ambiente accogliente del piccolo obitorio a gestione familiare.
L’autopsia si rivela un puzzle che, pezzo dopo pezzo, in un complicato meccanismo ad incastro, fa sprofondare i due in una storia raccapricciante e insospettabile, ricca di dettagli macabri e truci. La macchina da presa di Øvredal riprende impietosa il dispiegamento delle carni, l’estrazione degli organi e l’esame approfondito a cui viene sottoposto il misterioso cadavere, senza risparmiarci nulla, in forte contrasto con la presentazione dei due protagonisti, padre e figlio, legati da un rapporto affettuoso e accomunati da una dolorosa perdita. L’ansiogeno tappeto sonoro sottolinea inoltre con estrema incisività la tensione crescente così come la radio quasi sempre accesa che trasmette motivi rock d’altri tempi contribuisce a provocare un dilagante effetto straniante.
Il grande pregio della pellicola, terzo lungometraggio del norvegese Øvredal (dopo il drama-fantasy Future Murder del 2000 e l’ottimo mockumentary Trollhunter del 2010), risiede soprattutto nell’ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi principali, tratteggiati con maestria attraverso la sceneggiatura scritta a quattro mani da Ian Goldberg e Richard Naing e interpretati con efficacia da Emile Hirsch (Into The Wild, Milk, Killer Joe, Ten Thousand Saints) e soprattutto dal veterano Brian Cox (Manhunter – Frammenti di un omicidio, La 25a ora, Zodiac, Coriolanus, Morgan, tra gli altri), qui in una performance ricca di sfumature e sensibilità.
Ma l’eccellenza di Autopsy emerge in secondo luogo anche dall’altissimo livello registico, ancor più che nel suo già notevole Trollhunter; qui lo stile di Øvredal si fa più solido e personale, ricorrendo spesso al montaggio incrociato e spostandosi repentinamente dal volto dei due protagonisti a quello di Jane Doe (interpretata dalla quasi esordiente Olwen Kelly), così immobile eppure così espressiva, stando addosso ai corpi che si spostano lungo il tetro corridoio che affianca la sala autopsie, scegliendo di utilizzare in modo fuorviante specchi e altre superfici riflettenti, trasformando i volti, creando un’immagine distorta e generando con grande abilità un’inquietudine da cui non ci si scrolla fino all’ultima scena.
Øvredal ci prende per mano e ci guida nel suo mondo, ci confonde e ci inganna, ci narra una favola nera più dell’Inferno, la storia di una bella addormentata che non emette alcun suono ma il cui silenzio non potrebbe essere più assordante, una storia di vittime e carnefici, una favola sulla morte, spietata e stupefacente, proprio come questo imperdibile film.

Ilaria Dall’Ara