Assassinio sull’Orient Express

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il treno si fermò

Destava senza dubbio qualcosa in più di una certa curiosità l’incontro tra una leggenda letteraria del giallo come Agatha Christie ed un autore del calibro di Kenneth Branagh, cineasta spesso messo in discussione proprio per la sua forte propensione ad assecondare la sua hybris. Nel caso di quest’ultima trasposizione cinematografica di Assassinio sull’Orient Express, la capacità del nativo di Belfast di procedere per la propria strada senza soverchie sfumature, è risultata un’arma vincente. Poiché il lungometraggio si è rivelato un intelligente compromesso tra aderenza al testo e digressione filosofica su concetti universali riguardanti l’intero consorzio umano.
Dopo un prologo a Gerusalemme funzionale ad introdurre la figura del famoso detective Hercules Poirot (interpretato con camaleontico e carismatico talento dallo stesso Branagh), ci si ritrova ad Istanbul in procinto di salire sul treno della ben nota tratta ferroviaria dalla smisurata lunghezza. L’iniziale aria sbarazzina da divertissement in versione extra-lusso, propugnata grazie anche ad una regia assai fluida ed una computer graphic che assolve ottimamente il suo compito di generare suggestive cartoline turistiche, gradatamente cede il posto a qualcosa d’altro. Il treno si arresta tra le plumbee vette innevate, il processo di conoscenza tra spettatori e passeggeri, ognuno con la sua brava, simbolica valigia ricca di ombre, arriva a buon punto e il classico omicidio del titolo, tanto atteso, può consumarsi. Senza fornire allo spettatore che non ha letto il romanzo soverchie informazioni – un giallo come si deve si basa molto sul whodunit, cioè la ricostruzione degli indizi che porteranno alla scoperta del colpevole – si può affermare con una certo margine di garanzia che Assassinio sull’Orient Express travalica gli angusti confini del genere, rendendo il veicolo d’ambientazione autentico crocevia di personalità e destini repressi, esistenze allo sbando – un Poirot comunque tanto brillante quanto ossessionato dalla verità a parte, ovviamente – le quali cova, nell’ambito del possibile atto criminoso, un gesto di definitivo riscatto. Rispettoso del testo nella condanna esplicita di una determinata classe sociale, la borghesia media e alta, corrosa dall’ambizione oppure sopraffatta dal perverso desiderio di recuperare gli antichi splendori (sapiente aggiornamento della sceneggiatura opera del Michael Green di Blade Runner 2049), autentico marchio di fabbrica della scrittrice, in realtà Branagh amplia da par suo il discorso fino a creare un vero e proprio studio antropologico sulla natura umana. Facendo quindi diventare il film da lui diretto una sorta di saggio filosofico, senza la pedanteria tipica del teorema, sulla necessità del Male per sopravvivere in un mondo ormai segnato dalla ricerca di pseudo-valori esattamente all’opposto di quelli che una corretta definizione di etica veicolerebbero. E qui risiede il valore di un’opera, sia nella sua versione letteraria che in quella cinematografica di cui stiamo scrivendo, significativamente atemporale, cristallizzata al pari della suggestiva visione di quel treno bloccato nel nulla dalle intemperie. Dove l’omicidio del titolo viene quasi messo in secondo piano da altri crimini compiuti verso gli altri e se stessi, come ipocrisia, menzogne senza remore finalizzate ad un benessere singolo che non conosce – o almeno finge di ignorare – il più basilare concetto di un’esistenza rispettosa del prossimo.
Opera sottilmente politica, dunque; mascherata da film commerciale con cast che più glamour sarebbe davvero impossibile concepire. Ma Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Judi Dench, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Derek Jacobi e Daisy Ridley – e tutti gli altri componenti del ricchissimo parterre attoriale – vengono programmaticamente denudate del loro background artistico da Branagh per ridursi ad icone fantasmatiche di un gioco al massacro che non può conoscere, per sua intrinseca natura, qualsivoglia limite. Perfettamente comprensibile, quindi, alla luce del risultato complessivo di questo Omicidio sull’Orient Express al netto di qualche lungaggine non indispensabile, la decisione della major in questione (Fox) di affidare a Kenneth Branagh una sorta di franchise cinematografico tratto dai testi di Agatha Christie. Appuntamento a breve con Assassinio sul Nilo. A questo punto con interesse sempre crescente.

Daniele De Angelis