Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti
 
Suscita sempre una strana impressione rivedere a distanza di tempo uno straordinario film come Rocco e i suoi fratelli, che Luchino Visconti diresse nel lontano 1960 e che ora viene rieditato in dvd dalla 01 nell'ambito della riproposizione del ricco listino della leggendaria casa di produzione Titanus.
Dal punto di vista meramente storico l'opera rappresenta la descrizione, certamente drammatica, di un'Italia - quella che ancora si leccava le ferite del dopoguerra - povera, disperatamente in cerca di una strada per sbarcare il lunario ma allo stesso tempo ricca, tranne le ovvie eccezioni, di una dignità di cui si è andato purtroppo perdendo lo stampo. La migrazione fisica e simbolica della numerosa famiglia Parondi, a seguito della morte del capofamiglia, dalla assolata Lucania alla fredda - in tutti i sensi - Milano, dal "povero" Sud all'opulento Nord è nel patrimonio genetico del nostro paese, di una nazione che sempre ha provato a rimboccarsi le maniche dopo ogni sventura, mantenendo ben alta la testa. Sono trascorsi quasi cinquant'anni dall'uscita di Rocco e i suoi fratelli ed ora l'occhio magnificamente sensibile di Luchino Visconti, se fosse ancora in vita, registrerebbe l'esistenza di tutt'altro paese, rinchiuso in se stesso, in completa balia delle proprie paure scientemente alimentate da un potere politico che trae linfa vitale proprio dallo studiato accrescimento di esse, facendo conto sui relativi egoismi. Il film di Visconti, da un punto di vista socio-antropologico, andrebbe visto e rivisto perché racconta delle nostre radici più intime, di come eravamo quando c'era "da conquistarsi il pane quotidiano". E guardarsi indietro, ogni tanto, può decisamente giovare, anche a costo di confrontare ciò che faceva “scandalo” ieri (Rocco e suoi fratelli ebbe soverchi guai con la censura proprio a causa del suo desiderio di mostrare anche la parte oscura di quell'Italia...) con quello che invece ci propone il presente.
Per tutta questa serie di motivi una visione dell'opera viscontiana effettuata al crepuscolo del primo decennio del ventiduesimo secolo lascia un sottile stato d'inquietudine che trascende gli eventi narrati dal film. Che, invece, analizzandolo cinematograficamente, mantiene appieno il suo fascino. Del resto Luchino Visconti era uno sperimentatore della Settima Arte, e Rocco e i suoi fratelli rimane forse l'apice della sua "ossessione" per il cinema ed i generi che gli appartenevano, l'esempio maggiormente significativo di un modus operandi artistico che si è costantemente mosso sul duplice binario dell'osservazione rigidissima del reale e della trasfigurazione della realtà stessa attraverso quella magia che solo il grande cinema riesce (riusciva?) a donare.
L'opera numero nove nella filmografia del maestro milanese inizia quasi fossimo ancora in pieno neorealismo, con l'arrivo notturno alla stazione della più importante città lombarda del treno proveniente da Bari che porta a bordo la quasi totalità della famiglia Parondi, tranne il primogenito Vincenzo che si era già stabilito a Milano da qualche tempo. Gli sguardi smarriti ed impauriti dei personaggi - tra i quali anche un giovanissimo Alain Delon (il Rocco del titolo) perfettamente in parte nonostante il ruolo a lui inevitabilmente "estraneo" - di fronte alla prospettiva densa d'incognite di dover ricominciare una nuova vita ci riportano alla memoria i timori facilmente leggibili negli occhi di un Lamberto Maggiorani disoccupato con una famiglia da sfamare nel capostipite Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica. E parlano, raccontano senza necessità alcuna di altre sottolineature. Poi il film scivola pian piano nel dramma familiare, con la minuziosa descrizione della separazione dal "centro" materno dei vari fratelli, ognuno ad intraprendere la strada che il Destino gli ha riservato: chi nel tepore rassicurante della famiglia, chi nell'asprezza del pugilato come possibilità di riscatto, chi invece non riesce ad evitare di farsi coinvolgere in loschi traffici. Nell'estrema modernità della messa in scena un precursore del linguaggio come Visconti dedica ad ognuno dei cinque fratelli Parondi un capitolo dell'opera, quasi a volerne mettere meglio a fuoco carattere e peculiarità varie. Tra poche gioie e molti drammi si dipana dunque l'epopea privata - ma anche, inevitabilmente, pubblica - dei componenti della famiglia, con slittamenti stilistici della regia nella romanza popolare (forse gli unici momenti narrativi che oggi risultano un po' datati, tipo tutte le scene in cui i fratelli si confrontano con la madre...), sequenze di eccezionale pathos drammaturgico (l'omicidio di Nadia all'Idroscalo da parte di Simone, il fratello “criminale” interpretato da Renato Salvatori) e una superiore concezione del melodramma, nella sua più totale purezza ed “innocenza” cinematografica, a far da collante di una Storia come detto non solamente diegetica.
Rocco e i suoi fratelli è dunque una pellicola imprescindibile che merita più di una visione a dispetto della sua fluviale lunghezza (quasi tre ore) perché racchiude il meglio di quel cinema italiano in grado di raccontare in modo epico e di emozionare senza calcoli di alcun tipo. Un dvd, quello pubblicato dalla 01, assolutamente da acquisto con un ottimo riversamento delle smaglianti immagini in bianco e nero del film, anche se il disco risulta privo di qualsiasi extra  - e questo è comprensibile, visto il grado di “anzianità” dell'opera - mentre meno spiegabile è la totale assenza di sottotitoli in un'opera tra l'altro sovente, almeno inizialmente, parlata in dialetto.
In ogni caso, non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadirlo ulteriormente, Rocco e i suoi fratelli resta un'opera da non perdere...
 
Daniele De Angelis
Scheda tecnica
Titolo Originale
Rocco e i suoi fratelli
Paese / anno
Italia, Francia / 1960
Regia
Luchino Visconti

Durata
169'
Regione
2
Formato
Letterbox 4:3 Bianco e Nero
Audio
Italiano 2.0 Dolby Digital
Sottotitoli
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Extra
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Distribuzione
01 Distribution
 
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Rocco e i suoi fratelli, di Daniele De Angelis (02/07/2009)