
Torino
27° Torino Film Festival
13 - 21 novembre 2009
Amelio il direttore che ammalia
C’era una certa curiosità, alla conferenza stampa del 27° Torino Film Festival, nei confronti del nuovo direttore Gianni Amelio, che da quest’anno sostituisce nell’impegnativo ruolo un altro cineasta di indubbio carisma, Nanni Moretti. Ebbene, l’autore di film come Lamerica e Il ladro di bambini è sembrato rapportarsi all’incarico con un misto di curiosità infantile e rispetto per il lavoro di chi lo ha preceduto, esibendo un tono spigliato e tale da inglobare nel discorso qualche rude metafora calcistica. “Non si deve confondere il rigore con l’autogol, nemmeno per i festival”. Il riferimento, un po’ ermetico, è stato poi spiegato tramite la necessità di raggiungere il cuore del pubblico senza porre in primo piano i propri gusti personali, nella selezione dei film, ma inseguendo al contrario la
varietà degli approcci e della ricerca cinematografica. Ciò è stato poi confermato dalla forte interazione coi più stretti collaboratori, tra cui il vicedirettore Emanuela Martini, Massimo Causo, Davide Oberto e Stefano Francia, dichiarata dallo stesso Amelio. Significativo che costui abbia dichiarato poco plausibile l’affermazione di Fremaux, direttore del Festival di Cannes, il quale in una precedente occasione aveva dichiarato di aver visionato personalmente la maggior parte delle opere inviate per la selezione. Più modestamente (e realisticamente, è il caso di dire), Amelio ha ammesso di aver visto circa 600 degli oltre 3500 film pervenuti a Torino, affidando una prima scrematura a piccole squadre di collaboratori, investiti della necessaria fiducia. Passando attraverso un proficuo confronto di giudizi si è così giunti ai 254 titoli della ventisettesima edizione, tra cui 42 anteprime mondiali e 21 anteprime internazionali, ripartiti in sezioni sottoposte talvolta a un’operazione di restyling, portata avanti a partire dal nome.
varietà degli approcci e della ricerca cinematografica. Ciò è stato poi confermato dalla forte interazione coi più stretti collaboratori, tra cui il vicedirettore Emanuela Martini, Massimo Causo, Davide Oberto e Stefano Francia, dichiarata dallo stesso Amelio. Significativo che costui abbia dichiarato poco plausibile l’affermazione di Fremaux, direttore del Festival di Cannes, il quale in una precedente occasione aveva dichiarato di aver visionato personalmente la maggior parte delle opere inviate per la selezione. Più modestamente (e realisticamente, è il caso di dire), Amelio ha ammesso di aver visto circa 600 degli oltre 3500 film pervenuti a Torino, affidando una prima scrematura a piccole squadre di collaboratori, investiti della necessaria fiducia. Passando attraverso un proficuo confronto di giudizi si è così giunti ai 254 titoli della ventisettesima edizione, tra cui 42 anteprime mondiali e 21 anteprime internazionali, ripartiti in sezioni sottoposte talvolta a un’operazione di restyling, portata avanti a partire dal nome.Sì, perché pare che l’apporto del neo-direttore Gianni Amelio si sia già manifestato attraverso scelte sostanziali come l’istituzione di nuovi premi, rivolti in particolare a quei registi che più hanno contribuito al rinnovamento del linguaggio cinematografico, creando nuovi modelli e nuove tendenze (il che, tra l’altro, permetterà al pubblico torinese di assistere alla proiezione pressoché inedita della versione integrale di Undergound, oltre 6 ore, alla presenza di un Emir Kusturica premiato per l’occasione); come anche attraverso una ridefinizione degli spazi già esistenti, che ad eccezione del più istituzionale (e cioè il Concorso lungometraggi riservato a opere prime, seconde e terze; da segnalare qui la presenza di ben due film realizzati in Italia, La bocca del lupo di Pietro Marcello e Santina di Gioberto Pignatelli) si sono arricchiti spesso e volentieri di denominazioni dal sapore letterario, capaci almeno in qualche caso di inquadrarne gli scopi secondo una prospettiva nuova, senz’altro più dinamica e libera. È senz’altro questo il segreto di “Festa mobile”, selezione di opere fuori concorso così ribattezzata in memoria di Hemingway, nella cui griglia compaiono anche il già citato omaggio a Kusturica e quello altrettanto gradito a una
celebre casa di produzione, l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, con l’attesissima anteprima di Tetro – Segreti di famiglia a svettare nella programmazione. Ma uno dei principi più interessanti di questa vetrina, enunciato da Amelio con la Martini e Davide Oberto che, con piglio quasi rugbystico, si sono precipitati in mischia ad offrire il necessario sostegno, è lo sfumare della tradizionale distinzione tra fiction e documentario in qualcosa di meno rigido, e maggiormente in sintonia con le evoluzioni del cinema contemporaneo. Abbiamo quindi in “Festa mobile”, quale orientamento di massima per gli spettatori, l’eterea divisione tra “Figure nel paesaggio” e “Paesaggio con figure”; assai diversificata la proposta, che varia dai tre horror inseriti nel palinsesto, ai film musicali, ai nuovi lavori di autori ormai noti al pubblico torinese: da Le refuge del sempre più prolifico Ozon passando per l’ennesimo ritratto del rocker Neil Young firmato da Jonathan Demme (Neil Young Trunk Show), fino al torbido poliziesco del rumeno Corneliu Porumboiu (quello di A est di Bucarest, per intenderci), ovvero Politisi, Adjectiv.
celebre casa di produzione, l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, con l’attesissima anteprima di Tetro – Segreti di famiglia a svettare nella programmazione. Ma uno dei principi più interessanti di questa vetrina, enunciato da Amelio con la Martini e Davide Oberto che, con piglio quasi rugbystico, si sono precipitati in mischia ad offrire il necessario sostegno, è lo sfumare della tradizionale distinzione tra fiction e documentario in qualcosa di meno rigido, e maggiormente in sintonia con le evoluzioni del cinema contemporaneo. Abbiamo quindi in “Festa mobile”, quale orientamento di massima per gli spettatori, l’eterea divisione tra “Figure nel paesaggio” e “Paesaggio con figure”; assai diversificata la proposta, che varia dai tre horror inseriti nel palinsesto, ai film musicali, ai nuovi lavori di autori ormai noti al pubblico torinese: da Le refuge del sempre più prolifico Ozon passando per l’ennesimo ritratto del rocker Neil Young firmato da Jonathan Demme (Neil Young Trunk Show), fino al torbido poliziesco del rumeno Corneliu Porumboiu (quello di A est di Bucarest, per intenderci), ovvero Politisi, Adjectiv.Una manifestazione come il Torino Film Festival, dall’offerta tanto ricca e variegata, porta per forza di cose ad essere dispersivi, per quanto ci riguarda preferiamo non addentraci oltre nell’esplorazione del palinsesto, limitandoci a qualche doverosa segnalazione. In primo luogo la retrospettiva integrale del grande maestro del cinema nipponico Nagisa Oshima, corredata di alcuni materiali girati per la televisione e finora bloccati per una questione di diritti; la non meno appassionante retrospettiva dedicata a Nicholas Ray; ed infine il focus su un giovane regista danese ancora poco conosciuto in Italia, Nicolas Winding Refn, rispetto al quale vogliamo spendere qualche parola in più. Emanuela Martini lo ha fortemente voluto nell’angolo ribattezzato “Rapporto confidenziale”, che si configura proprio quale spazio da dedicare a registi e cinematografie finora poco considerati nel nostro paese, ma già segnalatisi alla ribalta internazionale. Anni fa rimanemmo folgorati da una proiezione veneziana di Bleeder, pellicola grandguignolesca e in qualche misura anche intimista capace di scavare in profondità nell’immaginario cinefilo, di genere e non; siamo perciò sicuri che le più recenti evoluzioni del cinema di Winding Refn, in particolare Bronson e Valhalla Rising, sapranno scuotere energicamente il pubblico di Torino.
Stefano Coccia
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