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Il mio sogno più grande
di Davis Guggenheim
Like a rolling ball
Davis Guggenhaim, grazie a Una scomoda verità -l’ormai famosissimo documentario “verde” in cui l’ex-vicepresidente statunitense Al Gore spiega come la situazione del nostro pianeta stia declinando al peggio con pochissime possibilità di invertire la tendenza- aveva dimostrato una discreta stoffa di documentarista, dritto alla sostanza delle cose e senza troppi fronzoli. Cosa lo abbia spinto a dirigere un film di fiction come questo Il mio sogno più grande è abbastanza facile da intuire. Innanzitutto il film in questione si ispira a fatti realmente accaduti, cosa questa che forse ha fatto balenare nella mente di Guggenhaim l’opportunità di realizzare una sorta di opera-documento che spingesse le adolescenti, a cui il film è prevalentemente indirizzato, all’emancipazione nei confronti di un mondo ritagliato a misura di maschio nonché alla affermazione di se stesse anche in settori dove, storicamente parlando, è sempre stato il maschio stesso a dettare legge, anche da un punto di vista strettamente “sociale” e non solo sportivo, come ad esempio il calcio.
Ambientata alla fine degli anni settanta infatti la storia vede la liceale Gracie Bowen appassionarsi allo sport più popolare del mondo grazie allo stretto rapporto con il fratello Johnny, campioncino in erba della squadra della scuola. Quando questi perde la vita in un tragico incidente stradale subito dopo aver sbagliato il calcio di rigore decisivo della finale del campionato (colmo della sfiga, non c’è che dire…), Gracie testardamente inizia a lottare contro i pregiudizi che allignano sia in famiglia che nella società in generale fino a conquistare un posto nella squadra maschile ed ottenere quel risultato tanto agognato dal fratello ed impeditogli dal Destino.
Purtroppo per Guggenheim nella fiction non è sufficiente limitarsi alla semplice illustrazione di eventi e situazioni: bisognerebbe rischiare, cercare l’adozione di punti di vista insoliti, infiammare il materiale narrativo a propria disposizione, a maggior ragione se questo non è esattamente originalissimo. Guggenhaim non fa nulla di tutto ciò, finendo per confezionare l’ennesimo prodotto “copia e incolla” sul coronamento di un sogno americano, dove la caparbietà vince sull’ ostracismo generale, tutti in famiglia in fondo si vogliono bene ed alla fine arriva pure la giusta punizione per chi si è comportato assai male nei confronti della giovane protagonista, ovvero il fighetto di turno che prima cerca di farsela senza troppi approcci romantici, poi, visto il di lei rifiuto, prova inutilmente ad ostacolare con le maniere forti l’obiettivo della giovane. Il trionfo assoluto della stereotipo, dunque.
Dell’unico fatto davvero sorprendente, a parte le sequenze calcistiche che comunque possiedono una loro drammaticità intrinseca, se ne viene a conoscenza dopo i titoli di coda, quando si scopre, attraverso una foto di famiglia dell’epoca ed una didascalia, che la reale protagonista della vicenda raccontata è stata nientemeno che l’attrice Elisabeth Shue, qui impegnata nel ruolo della comprensiva mamma, mentre il suo autentico fratello Andrew, oltre ad essere autore del soggetto, interpreta pure la parte dell’allenatore in seconda della squadra in cui milita Gracie.
Morale della favola: la vita è sempre più appassionante di qualsiasi banale filmetto estivo.
Daniele De Angelis
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Titolo Originale: Gracie
Paese / anno: USA, 2007
Regia: Davis Guggenheim
Sceneggiatura: Lisa Marie Petersen, Karen Janszen
Fotografia: Chris Manley
Montaggio: Elizabeth Kling
Scenografia: Dina Goldman
Costumi: Eilizabeth Caitlin Ward
Colonna sonora: Mark Isham
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Produzione: Elevation Filmworks, Ursa Major Films LLC
Distribuzione: MOVIEMAX
Durata: 93'
Data di uscita: 18-07-2008
Interpreti:
Carly Schroeder
Elisabeth Shue
Dermot Mulroney
Andrew Shue
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