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Awake - Anestesia cosciente
di Joby Harold
Narcosi indolore
Esistono film che dovrebbero avere il coraggio di non raccontare troppo, unico viatico per la seppur minima credibilità. Un esempio perfetto è Awake – Anestesia cosciente, thriller non immune da lusinghe paranormali che bagna l’esordio alla regia di Joby Harold, regista inglese che pare essere impegnato al momento nello script di Army of the Dead, su storia ideata da Zack Snyder: Awake è un thriller che nasce nella mistificazione, ipotizzando un non disprezzabile seppur sterile gioco di svelamento con il pubblico per concludersi, arrancando, su posizioni a dir poco reazionarie (termine da intendere esclusivamente nella sua accezione cinematografica, sia ben chiaro).
È un prodotto quasi irritante per il palese spreco che lo anima e lo sostiene: a che serve avere un direttore della fotografia come Russell Carpenter (una militanza non indifferente tra le troupe di James Cameron), un montatore come Craig McKay (Reds, Qualcosa di travolgente, Una vedova allegra... ma non troppo, Il silenzio degli innocenti, Philadelphia, Cop Land, Ogni cosa è illuminata) e una scenografa come Dina Goldman (Radio America) quando l’intero impianto di un film viene vanificato per l’incapacità endemica di trovare una conclusione degna di questo nome? Joby Harold si danna per cercare di trovare la quadratura del cerchio, e non lesinano impegno neanche gli attori, giovani (la coppia di bellissimi Christensen/Alba) e meno (Lena Olin, Terrence Howard) che siano, ma la verità è che Awake non va da nessuna parte. Inizia bene, potendo contare su una delle paure più recondite di qualsiasi essere umano, ovvero le disavventure in sala operatoria, e cercando anche di mescolare le carte in modo non stupido – quell’ideale rimando, seppur parziale, all’incipit di Sunset Boulevard, ha il suo perché -, ma si arena ben presto. Il motivo di questa dispersione non è certo difficile da trovare: dopo un incipit lunghissimo, decisamente squilibrato rispetto al resto dell’opera, e che vira su timbriche melodrammatiche francamente poco coerenti con il plot ad alta tensione, Awake entra nel vivo allorché il ricchissimo e giovane magnate Clayton Beresford deve (finalmente) fare il suo ingresso in sala operatoria per tentare un disperato, e tutt’altro che agevole, trapianto di cuore. Da qui in poi si dipana una trama biforcuta: da un lato il giallo sul complotto che si sta operando alle spalle dell’ingenuo e buonissimo Clay – e, detto tra noi, la filippica sulla filantropia dei grandi industriali il buon Harold poteva anche risparmiarcela -, dall’altro l’esperienza extrasensoriale del ragazzo che, come il titolo ci aveva anticipato con fin troppa minuziosità, vive un’anestesia cosciente. Il tutto infarcito di inseguimenti, memorie ricostruite neanche fossimo nel finale de I soliti sospetti di Bryan Singer, verità scottanti e (im)prevedibili e via discorrendo. Così, mentre la prima mezz’ora ci aveva condotto in un estenuante gioco d’amore contrastato tra i due ragazzi, senza che ne comprendessimo il motivo, l’ultima mezz’ora è un continuo colpo di scena, in un rutilare così repentino da non lasciarci la minima possibilità di metabolizzarne neanche uno. Ora, l’unica cosa che davvero salviamo di Awake, è proprio l’ingresso in ospedale e l’inizio dell’operazione: in quel quarto d’ora è condensata un’angoscia sottile, che riesce finalmente – anche perché i tempi dell’azione appaiono una volta tanto calibrati con cura – ad attanagliare lo spettatore, privandolo delle certezze e lasciandolo in balia degli eventi come ogni thriller che si rispetti dovrebbe fare. Ma è un fraseggio di durata così infima rispetto al totale dell’opera da raggiungere l’unico risultato di lasciare ulteriore amaro in bocca; anche perché avremmo voluto vedere di più, sentire con maggior violenza il dolore di ciò che viene mostrato.
Al contrario Awake, come molti thriller e horror di questi ultimi anni, ci anestetizza da qualsiasi dolore, lasciandoci però mostruosamente coscienti. E questo, probabilmente, è più di quanto chiunque potrebbe mai sopportare...
Raffaele Meale
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