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Giù al nord
di Dany Boon
L'ennesima fuga dalla città
Alcuni anni fa il programma Sfide dedicò un’intera puntata a una vicenda abbastanza curiosa del calcio francese. Veniva ripercorso l’incredibile cammino del Calais, squadra di dilettanti, che a uno a uno fece fuori nella coppa di Francia blasonati team di vertice, fin ad arrivare alla finale, poi perduta, con grande gloria, ma anche rammarico degli abitanti della cittadina sulla Manica, e degli operai e impiegati che ne componevano la squadra.
Un bel documentario che contrapponeva anche i modi semplici e paesani di Calais a quelli delle grandi città francesi, una vita dai ritmi completamente diversi. Un’idea della quale la Rai, trainata anche dal nostalgico essere contro il calcio moderno, ha compreso il potere metaforico esportabile anche per il belpaese.
I luoghi e il concetto a monte, aldilà dell’esempio calcistico, sono gli stessi nel film di Dany Boon; ma come avviene l’appropiazione della distribuzione italiana? In cosa si possono muovere meccanismi di interesse?
Innanzitutto viene associato al nord del titolo, traducendolo a modo nostro, un paradossale “giù”, dunque al nord si sostituisce un’idea di sud che per noi è sinonimo e allo stesso tempo stereotipo da sempre di isolamento, arretratezza economica e culturale, e d’altro canto ritrovamento di sentimenti più vitali, genuinità e sincerità. Figure che, aldilà dei luoghi comuni sul meridione, hanno comunque fornito risultati apprezzabili a livello di commedia: dal professore trasferito in Campania di Io speriamo che me la cavo, al carabiniere veneto di Pane, amore e fantasia, e tanti altri esempi del genere più o meno dimenticabili. Ora c’è da capire se rispolverare questa vecchia retorica, tralasciando la necessità intellettuale, sia perlomeno coinvolgente.
Per i francesi pare che l’idea abbia dato grandi frutti al botteghino, visto che la vicenda dell’impiegato francese che sogna la costa azzurra e che invece finisce trasferito tra le lande della pallida Bretagna, ha fatto segnare un record d’incassi.
Possiamo pensare, anche guardando alla difficile situazione parigina delle banlieu, e di altre grandi città, che il francese stesso, ora più che mai, rifletta su cosa significhi sentirsi francese, e dunque l’attenzione venga posta sulle piccole città, che sembrano rimaner simili a loro stesse nel tempo. Se ciò viene in parte mostrato nell’avventura sportiva del Calais, rendendo l’idea di una Francia quasi dimenticata eppure orgogliosa, la questione pare inizialmente accennarsi anche nel film di Boon, per poi perdersi completamente riducendo il tutto a un’occasione mancata. Si eccede sin da subito nell’inverosimile con estenuanti “paure da nord”, come quella sul clima glaciale, sui modi da zoticoni delle persone, sull’alcolismo, e soprattutto sulla paura del dialetto: lo “ch’tis”. Paure che col tempo, ma davvero in poco tempo, spariranno del tutto nel protagonista, che finisce per amare abitanti e paese, fino a ritrovare sé stesso. Il film praticamente è tutto qui, aggiungendo ovviamente storie d’amore, che grazie all’incanto del nord andranno a lieto fine.
Se comunque in una costruzione così scarna si ridesse, non sarebbe una commedia disdicevole. Invece assistiamo di continuo a gag che si intuiscono un’ora prima e che finiscono un’ora dopo, e che hanno come unico risultato un’incredibile dilatazione del film. Ma d’altronde Giù al nord ha quella particolare prerogativa per cui, se si resiste i primi quindici minuti, si è poi vaccinati per il seguito, e dunque si resta, ma guardando tutto ciò che avviene con occhi più stanchi e spirito sedato.
Il mistero però è capire quanta sia la responsabilità francese, e quanta quella italiana. Oltre al dubbio interesse che può suscitare l’argomento nel pubblico nostrano, di cui si accennava inizialmente, ci mette del suo il doppiaggio, che rende incredibilmente piatto il dialetto, base di quasi tutte le situazioni comiche. Praticamente la sola peculiarità del ch’tis è far diventare la s una sc, come in Romagna, per cui a esempio “cose” diventa “cosce”. Le imprecazioni particolari del luogo invece vengono banalizzate con un “porca la zozza”. Un peccato davvero perché alle volte la varietà del vocabolario italiano ha anche arbitrariamente arricchito un film nel doppiaggio.
Valerio Ceddia
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