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Settimo Cielo
di Andreas Dresen
La quarta età
All'età di sessant'anni, dopo una felice vita passati insieme al marito, di cui é tuttora innamorata, Inge, sente battere il cuore per un uomo molto più grande di lei, Karl, settantasei anni. Dopo tanti anni le sembra di ritornare giovane, sente la passione, sente l'attrazione fisica. E' di nuovo l'amore? (sinossi)
Una donna, suo marito, l'altro. Non brilla certo per originalità, almeno sulla carta, lo spunto narrativo di Settimo Cielo, pellicola del regista tedesco Andreas Dresen, prolifico in patria (ha vinto un Orso d'argento al Festival di Berlino 2002 con Catastrofi d'amore, indagine sulle dinamiche matrimoniali) ma assai poco noto negli italici territori. I suoi meriti risiedono, in tutta evidenza, altrove. Innanzitutto nell'aver realizzata una delle storia d'amore più coinvolgenti ed erotiche - nel senso maggiormente completo che è possibile attribuire al termine - viste al cinema negli ultimi tempi, optando per una messa in scena improntata al massimo realismo, con molta quotidianità raccontata attraverso un diligente uso della macchina a mano o di una regia complessivamente votata all'invisibilità.
Ma la scelta che a questo punto evita di far sembrare il film "solo" il sincero ritratto di un qualunque spaccato sentimentale piccolo borghese è stata quella di affidare la storia a personaggi decisamente anziani, gente, almeno da un punto di vista cinematografico, sempre destinata all'emarginazione dei ruoli di contorno. Ecco dunque la presa di posizione radicale ed insieme "ideologica" di Settimo Cielo: far vedere con potente forza visiva la sessualità di quella che comunemente definiamo terza età senza pudori o pruderie assortite, mostrando anzi i corpi nudi, l'attrazione fisica esplicitata grazie agli sguardi bramosi, il sesso come definitiva forma di comunicazione amorosa e la passione come un vortice che trascina via tutto e tutti prescindendo dal numero di anni di chi la vive. E questo è esattamente ciò che accade alla ultrasessantenne Inge - interpretata da un'ammirevole, bravissima e, perché no, bellissima Ursula Werner - donna sposata da oltre un trentennio con Werner che perde letteralmente la testa, ricambiata, per il settantaseienne Karl, sino al punto di giungere alla decisione di lasciare il marito ed innescare una serie di inevitabili reazioni a catena che condurranno al drammatico finale. Ovviamente Dresen è tutt'altro che interessato ad infiammare di mèlo il suo film: in Settimo Cielo l'emozione - così come il dolore e la disperazione di una solitudine che a quell'età può anche essere purtroppo definitiva - viaggia sottotraccia, nel desiderio quasi infantile di provare nuovamente sensazioni che si credevano perdute e comunque di godersi, con estrema consapevolezza, tutto il tempo (non infinito) che resta. E la cinepresa condotta dal regista lo sa bene, al pari della protagonista, sovente colta ad osservare allo specchio i segni dell'inevitabile scorrere del tempo sul proprio corpo ma anche nell'argomento dei fondamentali dialoghi che si susseguono nel corso del film, tutti estremamente pregnanti pure nella loro apparente banalità, tra Inge ed il compagno di una vita o con il suo nuovo amore.
Si è scritto e parlato molto di Settimo Cielo, peraltro meritevolmente vincitore di svariati premi festivalieri in patria ed all'estero, etichettandolo come "film scandalo" poiché reo di prendere di petto un tabù supremo, quello della carnalità nella vecchiaia. Dato che è da escludere, proprio per le motivazioni intrinseche che sono alla base della nascita del progetto - ripetiamo ancora una volta lontanissimo, per sobrietà ed essenzialità stilistica, dal pur minimo sospetto di piaggeria verso il grande pubblico... - la manovra pubblicitaria, resta solo da capire se, al giorno d'oggi, desti rumoroso scalpore anche solo il coraggio di affrontare determinate tematiche. Andreas Dresen, classe 1963, un po' come ha fatto recentemente il connazionale Hans-Christian Schmid nello straordinario Requiem, del quale Settimo Cielo sposa buona parte dei canoni formali, sul versante delle contraddizioni insite nella religiosità cattolica più accesa, ha gettato il classico sasso nello stagno senza di certo ritirare la mano. E di questo gli va dato pienamente atto. Agli spettatori poi, che speriamo vedano in buon numero la pellicola in questione se non altro per la curiosità che desta nelle premesse, l'arduo giudizio sui contenuti.
Con una spiacevole postilla di carattere riflessivo: nell'italietta contemporanea (anche) culturalmente sospesa tra veline e veleni, dove il (giovane) corpo femminile è da tempo oggetto/soggetto di una mercificazione televisiva, o comunque massmediatica, senza possibilità di confronto in nessun altro paese “evoluto”, una sceneggiatura come quella di Settimo Cielo non sarebbe stato neanche lontanamente possibile iniziarla a scrivere. Molto consolante davvero...
Daniele De Angelis
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