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Lezioni d'amore
di Isabel Coixet
Eros e Afrodite
Esistono fondamentalmente due modi per effettuare una trasposizione cinematografica di un'opera letteraria: o si sceglie di rimanere, nella evidente diversità dei due ambiti artistici, quanto più possibile fedeli al testo di partenza, limitandosi ad un'illustrazione rispettosa dello stesso, oppure lo si tradisce senza mezze misure e/o complessi di colpa, utilizzando il linguaggio del Cinema per creare nuovo materiale artistico. La prima soluzione offre ovviamente minori rischi, ma anche possibilità notevolmente inferiori di realizzare un film che lasci qualche notevole traccia dietro di sé. Se poi al quadro aggiungiamo che le non numerose (non certo a caso...) traduzioni per il grande schermo dei libri firmati da quel grande scrittore americano contemporaneo rispondente al nome di Philip Roth - prendere ad esempio la assai controversa riuscita de La macchia umana, che Robert Benton diresse nel 2003, affidandosi alle interpretazioni della coppia di "grossi nomi" Anthony Hopkins e Nicole Kidman - risultano sempre piuttosto difficoltose poiché il testo base risulta imperniato pressoché interamente sull'introspezione della psicologia maschile, desta ancora maggiore sorpresa la scoperta che una donna, la regista spagnola Isabel Coixet, sia stata designata per dirigere questo Lezioni d'amore (Elegy, nel lungamente preferibile titolo originale), tratto da L'animale morente dello scrittore del New Jersey.
La storia del film è raccontata seguendo il punto di vista di David Kepesh, interpretato dal sempre affidabile Ben Kingsley, scrittore ed insegnante universitario ben oltre la mezza età. Proprio durante una serie di lezioni nota la bella Consuela Castillo, studentessa di origine cubana cui presta il suo fascino - ma sarebbe decisamente inappropriato parlare di talento recitativo... - una Penélope Cruz forse alle prese con un ruolo “drammaturgico” troppo al di là degli attuali mezzi artistici. Nell'uomo, ovviamente, scatta quasi subito la passione sessuale, ricambiata nell'arco di qualche tempo. E altrettanto ovviamente, quando la relazione si troverà a dover fare il cosiddetto salto di qualità, sarà il maschio a cadere vittima delle proprie insicurezze, dovute a gelosie assortite, differenza incolmabile d'età, eccetera, eccetera. Fino ad una traumatica separazione e ad un inaspettato, drammatico, ricongiungimento.
Il tocco femminile in regia è abbastanza visibile, nonostante la Coixet, come del resto ha sempre fatto nel corso della sua intera filmografia, tenda sempre a mimetizzarsi tra le pieghe del testo di partenza, sia esso libro o sceneggiatura originale. Il personaggio di Consuela finisce per avere un ruolo primario, con annessa, nemmeno troppo velata, critica alla centralità sociale e culturale dell'Uomo. Nel caso specifico però, alla poderosa prosa interiore di Roth, si sostituisce un andamento narrativo assai pacato, attento ad evitare sia scivolate nel melodrammatico che a mantenere un ritmo uniforme che riesca a descrivere entrambe le psicologie della coppia di personaggi principali. A Lezioni d'amore viene così a mancare una delle componenti cardine di ogni love-story portata sul grande schermo, ovvero il calore della passione assoluta, totalizzante. Certamente era questo l'obiettivo finale della regista iberica: dimostrare, quasi attraverso un teorema dai contorni molto “cerebrali”, come al sentimento puro e disinteressato si arrivi fermata dopo fermata, passando per stadi quali l'attrazione sessuale, quella intellettiva, l'assenza (transitoria) fisica e metaforica del partner ed infine raggiungendo la sublimazione quando ci si scontra con il pericolo della fine definitiva; ed intanto quella chimera irraggiungibile che siamo soliti definire Amore si è trasformata, sotto il nostro sguardo incapace di coglierne le più recondite sfumature, in affetto irrinunciabile verso la persona con la quale abbiamo trascorso il tempo ormai perduto. Però Elegy, al tirar delle somme, finisce davvero per assomigliare un po' troppo ad una lezione per allievi di tutte le età sulle dinamiche sentimentali declinate in alcune delle molteplici variazioni. D'accordo che in materia c'è sempre da imparare, vista l'estrema soggettività dell'argomento in questione; ma l'interesse dello spettatore, una volta compreso dove si vuole andare a parare, rischia di scemare nel corso della visione di un film dignitoso, programmaticamente “impegnato” (ed infatti la Coixet è autrice “festivaliera” per eccellenza), sostanzialmente superfluo nel suo voler mantenere ad ogni costo il pubblico a debita distanza.
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