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Un transport en commun
di Dyana Gaye
Alla scoperta di un'Africa vitale per riappropriarsi di un tempo perduto
Viaggio in taxi-brousse da Dakar a Saint-Louis durante il quale i passeggeri, cantando, raccontano se stessi. (sinossi)
Per “la scelta di utilizzare un genere come il musical, inconsueto nel cinema sub-sahariano, senza rinunciare a raccontare gli aspetti sociali e individuali della realtà contemporanea senegalese” Un transport en commun ha ricevuto il Premio Eni al Miglior Cortometraggio Africano. La motivazione addotta dalla giuria del 20° Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina sintetizza efficacemente con poche parole il valore simbolico che questo film ha assunto, non solo all'interno della kermesse milanese, ma ancor più nel raggio della filmografia realizzata da registi africani e dedicata al continente culla dell'umanità.
Tutto prende piede da un viaggio da Dakar a Saint-Louis in un taxi tradizionale adibito al trasporto en commun. Sei passeggeri s'incontrano nel luogo di ritrovo con l'autista, ma all'orario prestabilito per la partenza manca il settimo passeggero. Inizia un dialogo di battute e, negli inserti canori, di cori contrappuntistici tra le due parti – i passeggeri e il tassista – ed a conclusione di questa prima presa di contatto prevale la voglia di partire optando per la divisione equa della quota mancante.
Incorriamo nelle storie di vita più diverse, da Souki (Anne Jeanine Barboza) diretta al funerale di suo padre mai conosciuto a Malick (Antoine Diandy), il quale vuole salutare la sua fidanzata per emigrare in Italia nella speranza di un'occupazione, al personaggio di Madame Barry (Bigué N'Doye) che va incontro ai suoi figli, lasciati da anni per lavorare. Stretti nei sedili di un auto, pagata a caro prezzo ma facile a incidenti di percorso – visto lo stato in cui versa – viaggiano persone accomunate da una meta non meramente fisica, ma di status ideale.
La regista con un montaggio alternato riesce a porre sullo stesso piano l'ingorgo del traffico verso la città industrializzata, più evoluta ed emancipata, con le scene musicali, con l'esempio di un divano tigrato in piena steppa. Un connubio di fantasia innervato sul paesaggio realista col sapore folkloristico di un luogo e di una cultura colorati con mille sfumature. Gaye non viene meno a trattare le questioni più impellenti per queste popolazioni, ma sviluppa la sua poetica con uno sguardo fresco che arriva completamente – ed in modo diretto - allo spettatore. Lo aveva già dimostrato attraverso il corto Deweneit (nominato al premio César 2008), nella location sempre del Dakar, con cui aveva fuso la condizione da mendicante del piccolo Ousmane alla leggenda di Babbo Natale, dando libero sfogo alla fantasia e alla creatività dell'essere bambino.
Un transport en commun vive delle tante voci di un popolo, dal tassista che fa il pratico della vita - “il traffico è tutto ciò che abbiamo” - e talvolta venale, agli occhi incantati dell'amore nato dal colpo di fulmine; le note seguono, infatti, a passi di danza e di spartito le armonie e i disincanti. Si equilibrano variopinti generi musicali, dal musical classico al varietà, dal rock and roll al jazz fino al blues. Non è un caso che il sottotitolo sia “Saint-Louis Blues”, sottogenere musicale del blues ed anche titolo di un brano portato al successo da Louis Armstrong, unendo la città chimera al ritmo allegro e frizzante. Sebbene l'ultima produzione cinematografica di Dyan Gaye pare volerci indirizzare verso la denuncia nuda e cruda della realtà, a cui fa da contraltare uno slancio nei confronti della vita di energia non indifferente.
Certamente dal punto di vista tecnico, a livello recitativo (bisogna anche sottolineare che il film in questione non è interpretato da attori professionisti, a parte il conducente del taxi ndr) e di ripresa, la cinematografia di questi Paesi deve percorrere ancora molta strada, ma questo film è un bellissimo punto d'approdo sia per il punto di vista in cui si pone, sia per lo sguardo che spalanca ai nostri occhi. Un transport en commun ha dunque il pregio, rarissimo, di uscire dalla gabbia cucita addosso agli stranieri immigrati, visti da noi occidentali o come lavoratori o come criminali, mostrandoceli come uomini e donne con le nostre stesse pulsioni, solo penalizzati da mezzi tecnologici, economici e culturali inferiori. Sembra di riascoltare le parole che Shakespeare poneva sulle labbra di Shylock - “…Se ci pungete, non sanguiniamo? se ci fate il solletico, non ridiamo? se ci avvelenate, non moriamo? e se ci fate torto, non ci vendicheremo? Se siamo come voi in tutto, vi somiglieremo anche in questo” (da “Il mercante di Venezia” ndr) - con la differenza che per il luogo comune attuale il “diverso” non è l'ebreo, ma colui che ha un colore della pelle non bianca.
Il corto risuona di una melodia: “ognuno scrive la propria storia” ed i nostri passeggeri viaggiano per dar forma e senso alle loro esistenze, ricordandoci che forse proprio per la carenza di progresso, possiedono un'umanità a volte meno contaminata della nostra.
Maria Lucia Tangorra
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