Un fuoricampo giapponese. Il cinema del Sol Levante come non l'avete mai letto.
Siete pronti per le nostre...
 
TOKYO NIGHTS # 05
 
Cosa ha offerto il 2009 giapponese? Numericamente molto, la produzione locale quantitativamente si è confermata sui livelli del 2008, ma qualitativamente? Ho avuto la fortuna di incrociare una frazione di questa tempesta cinematografica del Sol Levante, quelle che seguono sono alcune impressioni e considerazioni, naturalmente parziali e di parte, scaturite da un anno denso di visioni.
Cominciamo dal meno ovvio e cioè da ciò che è più difficile definire, vale a dire da Simboru (Symbol) di Hitoshi Matsumoto, il vero oggetto cinematografico non identificato dell'annata nipponica. Geniale idiozia cinematografica girata con incredibile quanto deragliata maestria, nel film Matsumoto oltre a usare al meglio la sua faccia e la sua gestualità da comico di successo, riesce a creare un'aspettativa ed una tensione che esplode e si sublima in un finale di una tal metafisica demenza da lasciar a bocca aperta.  Non per tutti i gusti certo (sembra che il film sia stato rifiutato a Venezia), così come il suo precedente Dai nipponjin del resto, ma vale la pena di dare al folle comico giapponese la possibilità di rapirci nel suo mondo.
Una certa dosa di sana follia percorre anche Ai no mukidashi (Love Exposure), per il sottoscritto forse il film giapponese dell'anno, una geniale cavalcata attraverso la modernità,  i suoi stilemi e il suo background pop, con cui Sion Sono realizza il suo capolavoro. Il regista/poeta che in altre opere non aveva sempre convinto sembra aver trovato nella fluviale portata e durata dell'opera (239 minuti!) un ritmo ed una misura consoni alla sua eccentrica genialità. Da notare come l'eccletticità dell'autore nipponico sia stata confermata nel successivo Chanto Tsutaeru (Be Sure to Share) uscito in patria nell'agosto del 2009, film molto più intimista e personale e che si situa in questo modo quasi agli antipodi di Love Exposure. Sul versante attoriale, da ricordare le intense interpretazioni di Tadanobu Asano e (incredibilmente) Takako Matsu in Villon no tsuma (Villon's Wife), dal romanzo di Osamu Dazai ben diretto da Kichitaro Negishi, e quella davvero sorprendente del noto volto televisivo Tsurubei Shofukutei come protagonista di Dear Doctor, ultimo lavoro di quella Miwa Nishikawa già autrice di piccoli gioiellini come Yureru (Sway) e Hebi ichigo (Wild Berries).
Trattandosi dell'arcipelago nipponico, qualche riflessione sull'animazione mi sembra più che doverosa. Più di una conferma, quasi una nuova e possibile strada da percorrere è arrivata da Summer Wars di Mamoru Hosoda, passato anche al Manga Impact di Locarno, una fantasiosa quanto delicata storia che abbraccia con un tocco tanto delicato quanto fresco e ricco di inventiva e soprattutto senza inutili passatismi, gli amori adolescenziali, la famiglia e il concetto di furusato nel nostro presente tecnologico e in continuo mutamento. Per quel che riguarda gli anime passati in televisione è stata una piacevole boccata d’aria Kemono no souja Erin (The Beast Player Erin),  50 episodi prodotti dall'NHK e realizzati dalla I.G. Production che seguono il viaggio quasi iniziatico della piccola Erin, la figlia della sciamana del villaggio. Siamo in un mondo fantastico, semplice nel tratto e dai fondali quasi medievali che ricorda per certi versi, per la lentezza del ritmo e certa drammaticità dei contenuti, il glorioso Seikai Meikaku Gekijo.
Il 2009 ha visto anche l'uscita del secondo lungometraggio della nuova versione cinematografica di Evangelion:  in questo ennesimo capitolo della saga (Evangelion Shin Gekijouban: Ha) Hideaki e compagnia oltre ad aver riempito per molte settimane i teatri di tutto il Giappone sono riusciti a creare tutto sommato un buon prodotto. Detto questo però, non vediamo l'ora di assistere al momento in cui il talentuoso regista giapponese si lascerà alle spalle questa evangelica benedizione/maledizione e procederà verso altri lidi. Sempre nel campo dell'animazione due parole per Seinen Budda (The Rebirth of Buddha), non tanto perchè sia un prodotto meritevole di una qualsiasi attenzione dal punto di vista artistico e neanche per il fatto di rappresentare un'animazione  di propaganda religiosa (ne esistono infatti parecchie). Puttosto fa una certa impressione la dimensione che il progetto è riuscito ad assumere, con poster attaccati un po’ per tutte le città e non solo, e sale moderatamente piene. Visti i risultati prettamente cinematografici c’è da sperare che il progetto rimanga un fatto isolato.
Nell’immaginario del 2009 resterà sicuramente 20th Century Boys con la parte finale della trilogia cominciata nel 2008 e passata anche al recente Science Plus Fiction di Trieste. Pur essendo non privo di difetti, nel complesso il lavoro fatto dal regista Yukihiki Tsutsumi e dai suoi collaboratori è da lodare: bisogna sempre tener conto che si sono confrontati con un manga la cui complessità e vastità di personaggi e intenti avrebbe potuto facilmente portare a conclusioni caotiche questo progetto che invece  risulta godibile, animato da un buon ritmo e supportato fra le altre cose da un ottimo lavoro di Satoru Karasawa alla fotografia.
La parte finale dell’anno passato  ha anche visto poi il ritorno di Mamoru Oshii alla regia con Assault Girls, un live-action che è una continuazione e un’espansione di Avalon e di quel piccolo capolavoro che è l’episodio finale dell’omnibus Kiru-Kill. Un lungometraggio ibrido, un po’ videogame e un po’ Tarkovskij in cui Oshii riesce a sorprendere ancora; ma avremo modo di parlarne più dettagliatamente in altra occasione.
Un film che per il suo tocco semplice ma destinale mi ha colpito è stato Watashi wa neko sutoka (I am a Cat Stalker), le vite ordinarie che si incrociano in una libreria sono pennellate con molta grazia in attimi di quotidianità e di normalità dispersa dal regista Takuji Suzuki. Avvalendosi del grande Tamura Masaki alla fotografia e seguendo il vagabondare dei gatti per il luminoso quartiere di una zona cittadina, l’opera riesce a esplorare le zone interstiziali della città e delle vite delle persone che la abitano.
Dando un’occhiata al mondo dei festival ci si rende conto che se il Pia Film Festival si è ancora una volta confermato una vetrina e un punto di partenza importante per i giovani cineasti nipponici, nel 2009 gli si è affiancato in modo inaspettato il Tokyo International Film Festival, il maggiore per investimenti e visibilità nel Paese del Sol Levante. Infatti nel suo programma, a volte scontato e stretto com’è nella morsa autunnale del genere (Venezia, Pusan, Toronto, Torino), è riuscito a ricavare un piccolo ma interessante spazio dedicato al cinema emergente giapponese e così mentre negli anni scorsi i nomi che si erano visti erano già in qualche modo noti al grande pubblico, nell'ultima edizione, sarà forse stato per la crisi che ha investito la Toyota (sponsor principale dell'evento) o forse per una sorta di illuminata scelta programmatica, il festival ha presentato coraggiosamente nella sezione Japanese Eyes delle opere di volti nuovi. Ha vinto Live Tape di Tetsuaki Matsue, ma anche altri lavori hanno impressionato, quantomeno per la libertà espressiva e il coraggio di rischiare e sperimentare, vedi ad esempio il pretenzioso ma a tratti ipnotico Tochka di Hiroyuki Matsumura. Per finire il discorso sui festival non si può non ricordare il Yamagata Film Festival, nato nel 1989 nella piccola cittadina del nord del Giappone da un'idea di Ogawa Shinsuke e che si conferma ancora un importante crocevia per tutto il cinema di documentazione asiatico e non solo.
 
Matteo Boscarol
 
 
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Tokyo Nights # 05, di Matteo Boscarol (17/01/2010)