Aquarius Visionarius

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7.0 Awesome
  • voto 7

Nel visionario mondo di Michele Soavi

Tra i nomi più importanti del cinema di genere italiano vi è sicuramente quello di Michele Soavi, che, dopo maestri del calibro di Dario Argento, Lamberto Bava (e soprattutto suo padre Mario) e Joe D’Amato – per i quali ha lavorato per anni come aiuto regista – ha finalmente intrapreso, verso la fine degli anni Ottanta, la sua carriera da regista, iniziando dapprima con lungometraggi dal carattere horror-gotico, per poi approdare in televisione, dove, di fianco a una messa in scena più classica, ha comunque avuto modo di conferire a tutti i lavori il suo personalissimo tocco. Fino a giungere addirittura oltreoceano per collaborare con un regista del calibro di Terry Gilliam. Se non si vuole, per il momento, tenere in conto i suoi lavori per la televisione e restare in ambito prettamente cinematografico, non si può non notare che sono passati ben dieci anni dalla realizzazione di Il sangue dei vinti (2008). È già da un bel po’ di tempo, dunque, che si sente la sua mancanza sul grande schermo. A pochi giorni dall’uscita del suo ultimo lavoro (La Befana vien di notte), però, ecco fare la propria apparizione sugli schermi della trentottesima edizione del Fantafestival un documentario dedicato interamente a lui e al suo personalissimo modo di fare cinema. Stiamo parlando del magnetico Aquarius Visionarius – Il Cinema di Michele Soavi, diretto da Claudio Lattanzi.

Tutto prende il via nel momento in cui Soavi ha finalmente deciso di mettersi alla prova in prima persona dietro la macchina da presa: ha preso vita, da questa sua esperienza, il visionario e potentissimo Deliria (1987), che, a sua volta, ha sancito l’inizio di quella che sarebbe stata una delle carriere più brillanti e versatili degli ultimi decenni del cinema italiano. Ne sa qualcosa, a quanto pare, anche Quentin Tarantino, il quale, tuttavia, non ha riscosso a sua volta così tanti consensi da parte dello stesso Soavi, come egli stesso ha affermato in un’intervista all’interno del presente documentario. Di fronte a così tanto materiale di repertorio e forte di un buon numero di interviste, dunque, Claudio Lattanzi ha saputo percorrere l’intera carriera di Soavi (“facilitato” sia dall’indubbio appeal del tema trattato, sia, appunto, dalla stessa mole di materiale a sua disposizione), senza lasciarsi condizionare eccessivamente dall’ordine cronologico dei lungometraggi realizzati, ma soffermandosi piuttosto – perfettamente in linea al cinema dello stesso Soavi – sulle suggestioni visive e uditive e sulla ricercatissima cura dell’immagine – con tanto di notevoli riferimenti ai dipinti di Bosch, di Brueghel e di Friedrich – che da sempre hanno caratterizzato le opere del cineasta milanese e che, pur più smorzate nei toni, hanno fatto sentire la loro presenza anche all’interno dei successivi lavori televisivi.
Al termine della visione, si potrebbe affermare che, di fatto, non è stato difficile dar vita a un documentario trainante e accattivante come il presente. E, in fin dei conti, la cosa è in parte vera, se si pensa che lo stesso regista sia vissuto quasi di rendita grazie a ciò che in passato è stato prodotto dal suo collega. Ma, come tutti noi ben sappiamo, alla fine dei giochi bisogna vedere soprattutto come la cosa in sé sia stata realizzata. E Claudio Lattanzi, dal canto suo, proprio grazie a questa sua scelta di inserire il minor numero di personali velleità autoriali possibili, è riuscito a trovare la chiave giusta per raccontare per immagini questo grande talento nostrano, in modo appassionato, divertito e tanto, tanto riverente.

Marina Pavido