Angoscia

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Lucy è ancora qui

Lucy e Tess sono sue adolescenti problematiche di una remota provincia americana. Non si sono mai incontrate, poiché frequentano i medesimi luoghi a qualche anno di distanza l’una dall’altra. Lucy vorrebbe partecipare ad un campeggio con gli amici ma, di fronte al rifiuto della madre, compie un gesto avventato e viene investita da un’automobile. Tess soffre di un disturbo di personalità che la isola dal mondo esterno. Le due ragazze verranno a contatto nel modo in assoluto meno prevedibile.
Due scritte in sovraimpressione, all’inizio ed alla fine, avvertono chi guarda sulla verosimiglianza della storia raccontata, introducendo nel film una vena realistica che dovrebbe in teoria aumentare l’inquietudine degli spettatori. Perciò Angoscia, diretto da Sonny Mallhi (più conosciuto come produttore: tra i suoi titoli pure la versione a stelle e strisce di Old Boy, firmata da Spike Lee nel 2013), è un minuscolo film indipendente che aspirerebbe ad essere tante cose, non riuscendo a celare le proprie ambizioni di fondo. In primo luogo una sorta di anti-horror capace di ribaltare in chiave esistenzialista le convenzioni principali del sottogenere “possessione dall’aldilà”. Nell’occasione, infatti, non c’è nulla di demoniaco in ballo e nessuna metamorfosi terribile della persona infestata; solo la malinconia di qualcuno che rifiuta di abbandonare, in modo così improvviso e traumatico, la vita terrena. Peraltro associata alle evidenti difficoltà d’inserimento sociale dell’altra. C’è poi la descrizione d’ambiente, con l’insistita sottolineatura del vuoto assoluto che circonda certi posti incredibilmente anonimi degli Stati Uniti, sin troppo uguali tra loro. Infine il fatidico incontro tra due madri, quella appunto di Lucy devastata da un senso di colpa insostenibile e quella, giovanissima, di Tess, affatto pronta ad affrontare una situazione così problematica come quella che sta attraversando la figlia. Decisamente troppa carne al fuoco per un’operina firmata da un esordiente alla regia che tenta invano di mantenere il piede in due staffe: quella autoriale a carattere riflessivo e quella degli spaventi a buon mercato, tanto in voga nella contemporaneità del genere. Finendo però per realizzare un ibrido incapace di accontentare i gusti di due platee eccessivamente distanti per essere unite.
Alcuni aspetti, in Angoscia (traduzione letterale dell’originale Anguish) funzionano, soprattutto nella prima parte. La contestualizzazione del plot in una provincia anonima e straniante risulta, come detto, piuttosto efficace ed il ritmo meditabondo impresso nella prima mezz’ora incuriosisce lo spettatore appassionato, convinto di trovarsi di fronte quanto meno ad un curioso esperimento di horror “alternativo”. Poi però, allorquando la possessione si conclama, cominciano i problemi per un film dalla sceneggiatura – opera dello stesso regista – troppo fragile per sostenere un “altro film” composto di sequenze che dovrebbero spaventare senza affatto riuscirvi. Comprendiamo bene, da parte di Mallhi, il timore di rimanere privo di una buona fetta di pubblico di riferimento; eppure, se si fosse insistito sulla sofferenza intima dei vari personaggi evitando di concedere al film scivolate piuttosto dozzinali ai luoghi comuni del genere, Angoscia ne avrebbe di certo guadagnato in riuscita, distinguendosi dal mare magnum di opere horror tese soprattutto a compiacere paure epidermiche. Così com’è l’opera prima di Mallhi, datata peraltro 2015, resta un tentativo riuscito a metà: azzeccata la cornice, volenterosi gli interpreti ma al tirar delle somme un lungometraggio non in grado di mantenere una propria coerenza narrativa per tutto l’arco della sua durata. Davvero un peccato, per un piccolo film che avrebbe potuto essere altro che un dramma tinto d’orrore in transito balneare nelle nostre sale in bassissima stagione.

Daniele De Angelis