Anche libero va bene

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un mammo per due

Gli omaggi e le retrospettive servono anche a rinfrescare la memoria e a riportare sul grande schermo il cinema di ieri, quello che per un motivo o per un altro ha lasciato un segno al suo passaggio. In tal senso, la personale che la direzione artistica del Festival del Cinema Europeo di Lecce ha voluto dedicare nell’arco della 19esima edizione a Kim Rossi Stuart ci è sembrata l’occasione perfetta per riavvolgere il nastro e ritornare al 2005, anno in cui l’attore romano decise di passare dietro la macchina da presa per firmare Anche libero va bene. Ed è proprio di quel film, per quanto ci riguarda uno degli esordi italiani più convincenti e riusciti dell’ultimo ventennio, che abbiamo deciso di tornare a parlare, analizzandolo a un decennio circa dalla sua realizzazione. All’epoca diede moltissime soddisfazioni al suo autore, regalandogli un poker di riconoscimenti di prestigio fra le mura amiche (David di Donatello, Nastro d’argento, Globo d’Oro e Ciak d’Oro) e un’ottima accoglienza all’estero grazie alle recensioni positive raccolte a seguito dell’anteprima al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.
La storia è quella di un padre con due figli e una madre che va e viene. In apparenza è lei, Stefania la causa della disunione. Durante le sue assenze, Renato fa il mammo, generoso senza pudore e autoritario nella sua ambiguità di adulto immaturo e insicuro che se la prende con il mondo intero. L’adolescente Viola, quasi pronta ad andarsene, soffre la situazione meno del fratellino Tommi nel difficile passaggio dall’infanzia alla pubertà. L’uomo sembra prendere la vita, la società e i rapporti in generale come un campo di gara dal quale uscire vincitore e non perde occasione per tentare di forgiare il figlio maschio, alternando momenti di durezza ad altri di grande dolcezza. Nonostante alcune difficoltà i tre vivono con intesa, ritagliandosi momenti di divertimento e serenità. Ma il ritorno improvviso della madre, che scopriamo avere più volte lasciato la famiglia scomparendo nel nulla, smuove sentimenti forti e fa saltare gli equilibri. Tommi, che ha sedimentato una forte diffidenza nei suoi confronti, le resiste, mentre, contemporaneamente, l’immagine mitica del padre si sgretola davanti ai suoi occhi, tramutandosi in quella di un uomo, con le sue fragilità.
Sinossi alla mano ci rendiamo perfettamente conto che il film, scritto a otto mani dal regista con Linda Ferri, Francesco Giammusso e Federico Starnone, non restituisce il ritratto del padre modello, dunque a una prima lettura l’identikit sembrerebbe inadatto a rappresentare la categoria così come poteva esserlo il Timi di Come Dio comanda; ma quella proposta in Anche libero va bene resta a nostro avviso una figura paterna vera, che ama i suoi figli e li difende dagli attacchi esterni, vulnerabile si, pieno di fragilità e debolezze, ma comunque presente. Davanti alla macchina da presa è lo stesso Kim Rossi Stuart a calarsi nei difficili panni di Renato (inizialmente per il ruolo era stato scritturato Sergio Rubini), restituendo sul grande schermo le tante sfumature caratteriali di un uomo assai complesso. In lui si concentrano la tenerezza e l’aggressività, il bianco e il nero, opposti che contribuiscono a dare una tridimensionalità al disegno e alla on line del suo personaggio. Ciò lo rende più vicino a noi, catarticamente ed empaticamente accessibile come lo sono stati il Mastandrea de Gli equilibristi, l’Argentero di Solo un padre o il Germano di La nostra vita. Una tridimensionalità che si allarga a macchia d’olio alla restante parte del cast, dove spicca il talento acerbo di Alessandro Morace, bravissimo a donare alla platea le gioie, i dolori e i tormenti interiori del suo Tommi. L’alchimia perfetta tra quest’ultimo e Rossi Stuart è il valore vero aggiunto, con scambi dialogici tra i due che regalano commozione e sorrisi. Le interpretazioni sono tutte di altissimo livello, con le performance degli attori che si tingono del chiaroscuro emotivo che, contro ogni manicheismo, colora l’ambiguità dei personaggi. E non poteva essere altrimenti. Merito di una scrittura asciutta e incisiva, solida e attenta ai grandi quanto ai piccoli dettagli.
L’attore e regista romano guarda il mondo intorno con gli occhi di un bambino e attraverso quelli del suo giovane protagonista mette in quadro un romanzo di formazione, un racconto sulla fatica di vivere, come direbbe Henry James, ma soprattutto un faccia a faccia generazionale di grandissima intensità che non può lasciare indifferenti. I 108 minuti che ne delimitano la durata scorrono come un battito di ciglia, sono una piacevole folata di vento sul volto dello spettatore, ma anche una boccata d’ossigeno per un cinema italiano che ad oggi, salvo rare eccezioni, non ha saputo colpire al cuore con la medesima forza e intensità.

Francesco Del Grosso