Achille Tarallo

0
6.0 Awesome
  • VOTO 6

Can che abbaia non morde. Ma canta?

Nelle sue opere cinematografiche più riuscite Antonio Capuano ci aveva abituato a un registro intensamente drammatico, per quanto non immune da contaminazioni grottesche; svetta su tutte Luna rossa, con la sua aura tragica immersa nel background partenopeo caro all’autore. Lì i toni lividi e crudi della narrazione non lasciavano adito a dubbi. Anche per questo di fronte a un film come Achille Tarallo si può restare basiti: il nostro ha provato a fare la commedia. Non solo! Già che c’era, ha optato per una declinazione del genere oltremodo surreale, bizzarra, demenziale, ai confini del trash. Il risultato di tale operazione è discontinuo, ma non si può fare a meno di apprezzare il coraggio.

L’epilogo del film, che non vi anticipiamo sebbene sia intriso di autentica follia, ha dato quantomeno ragione alla nostra supposizione iniziale: il simpatico cagnetto, che aveva beneficiato fino ad allora di innumerevoli inquadrature, aspirava a un ruolo da protagonista. Era smanioso insomma di duettare accanto al terzetto di stralunati artisti, una piccola Armata Brancaleone canora, che in Achille Tarallo prova ad animare il versante più scanzonato e macchiettistico del pop napoletano: Biagio Izzo, Tony Tammaro e Ascanio Celestini. Il primo, per sua stessa ammissione, non era avvezzo finora ad esprimere la propria comicità cantando. E se è per questo non aveva neanche mai guidato un autobus, altra abilità prevista dal ruolo e imparata per l’occasione. Il secondo invece è noto in Campania (e non solo) per quei farseschi motivetti che irridono, con apprezzabile autoironia, abitudini e sfighe quotidiane della popolazione locale. Quanto al terzo, Ascanio Celestini, ha ovviamente lo status di romano in trasferta.
Ebbene, Antonio Capuano ha senz’altro il merito di aver usato questo scombinato trio per decostruire il linguaggio verbale, sfottere bonariamente la napoletanità più chiassosa, giocare sugli stereotipi musicali e non. Laddove il regista amplifica la chiave grottesca calcando la mano sul kitsch, su soluzioni di sceneggiatura sconfinanti nell’assurdo (per esempio, quando rappresenta le acrobazie sessuali del protagonista con l’amante ricorrendo a un’iperbole volutamente eccessiva, inattesa), la vena eccentrica del lungometraggio strappa un sorriso complice. Sorriso destinato ad affievolirsi, comunque, di fronte a qualche momento di stanca della narrazione o a quel gusto del trash che può risultare assai gustoso, quando viene messo in scena con un minimo di controllo; ma che si spinge un po’ troppo oltre nei frangenti in cui certi effetti digitali approssimativi e pacchiani fanno capolino, depauperando il coloratissimo impianto scenografico, invece di farlo deflagrare ulteriormente come le intenzioni iniziali lascerebbero presupporre.

Stefano Coccia