Accidental Anarchist

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6.0 Awesome
  • voto 6

Giro di boa

La vita ci insegna che non è mai troppo tardi per tornare sui propri passi, per abbracciare l’idea di un possibile cambiamento, per rivedere la propria posizione in merito a questo o a quell’altro argomento. Insomma, non è mai troppo tardi per decidere di invertire la rotta o per imboccare una nuova strada, per quanto radicale e diversissima possa essere da quella percorsa sino al cosiddetto giro di boa. Il protagonista di Accidental Anarchist è la dimostrazione che un simile cambiamento è possibile e che questo lo ha giocoforza portato a rivedere completamente il proprio modo di vedere, pensare e agire, ma anche a mettere seriamente in discussione con un mea culpa ciò in cui aveva creduto e per il quale si era battuto con tutte le sue forze prima che una serie di eventi innescassero in lui una profonda crisi.
A raccontarci questo percorso di “redenzione” da dietro la macchina da presa la coppia formata da John Archer e Clara Glynn che nel loro ultimo lavoro, presentato in anteprima italiana nella sezione “Panorama Internazionale” della terza edizione di Visioni dal Mondo, si lanciano all’inseguimento di un uomo che ha deciso di resettare la propria esistenza. Il documentario ci accompagna nel viaggio di Carne Ross, ex funzionario del Ministero degli esteri britannico, dalla sua dolorosa e pubblica rottura con il governo e il suicidio del suo collega, David Kelly, che aveva denunciato le falsità attraverso cui il governo britannico voleva giustificare la guerra in Iraq, alla sua ricerca di nuove idee e nuove forme di organizzazione sociale e politica. Questo viaggio ci porta in America, in Europa e poi in una Siria dilaniata dalla guerra, dove vengono messe in atto idee anarchiche di autogoverno e di uguaglianza e parità di sesso.
In Accidental Anarchist convivono più anime, che non consentono di dare ad esso una precisa identità e collocazione nello scacchiere dei sottogeneri del cinema del reale. La pellicola firmata dal duo britannico, infatti, vede la propria timeline spaccarsi letteralmente in due macro aree drammaturgiche e tematiche, che si avvicendano in modalità random nel corso della fruizione: da una parte quella biografica legata al cammino esistenziale e professionale che lo ha visto protagonista sino al punto di non ritorno; dall’altra quella che riguarda il racconto del suo operato successivo al cambiamento di rotta, nel quale lo stesso Ross ci porta in giro per il mondo per mostraci ipotesi di società migliore e per segnalare crisi politiche attuali. Narrativamente parlando, tale scissione strutturale all’interno della timeline è assolutamente funzionale al tipo di messaggio che il film vuole lasciare allo spettatore, che è quello che abbiamo illustrato nell’incipit della recensione. Non sempre però la suddetta scissione porta agli esiti sperati. La parte biografica, in effetti, non tiene il passo della seconda, che ci mette poco a sovrastarla in termini di peso specifico. Ciò che si avverte è una mancanza di equilibrio tra le due fasi, con la prima che perde gradualmente consistenza sino a diventare un accessorio al quale ricorrere nei momenti in cui si ha bisogno di ritornare alla componente umana del racconto. Un maggiore equilibrio, in tal senso, avrebbe sicuramente giovato e rafforzato un racconto che ha diversi momenti di stanca. In particolare, il racconto della crisi post suicidio del collega, che sulla carta avrebbe dovuto rappresentare un passaggio chiave del film da un punto di vista emotivo e soprattutto drammaturgico, al contrario non fa registrare alcuna impennata nel tracciato, offrendo alla platea di turno solo una serie di informazioni.
E questo è solo uno dei numerosi passaggi a vuoto di un documentario che, a conti fatti, va ascoltato più che visto, poiché per quanto concerne il lavoro dietro la macchina da presa Archer e Glynn non vanno oltre un lungo pedinamento del protagonista, seguito notte e giorno nei suoi viaggi per il mondo per dimostrare che ciò in cui ha iniziato a credere ha delle fondamenta e delle applicazioni. Ciò che resta è un fiume di parole, alcune interessanti, altre meno.

Francesco Del Grosso